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Il carbone non va in banca

 By Nicholas Newman

Il 2018 è stato un anno di svolta per i finanziamenti concessi dalle banche nell’ambito della ricerca di combustibili fossili in tutto il mondo…

Capeggiate dalla Banca Mondiale e dalla European Bank for Reconstruction and Development, alcune banche commerciali come ING, HSBC e Royal Bank of Scotland, insieme a investitori quali BMO Global Asset Management, hanno annunciato lo stop agli investimenti nelle energie derivate dal carbone.
In particolare, nell’aprile del 2018, HSBC ha confermato l’interruzione dei finanziamenti concessi per i nuovi progetti canadesi sulla sabbia bitumosa, inclusi i gasdotti Keystone XL e Line 3 Expansion. L’anno precedente, Westpac, la seconda maggiore banca australiana, aveva annunciato di voler interrompere la concessione di prestiti per progetti legati allo sviluppo di nuovi bacini carboniferi e per la loro produzione.

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Molte banche in tutto il mondo smettono di finanziare progetti di produzione di energia elettrica a carbone (Robert Rough)

Si tratta di una partenza significativa nelle strategie di investimento. Per esempio, nei cinque anni passati, World Bank Group ha finanziato progetti legati al carbone con sei miliardi di dollari. L’80% degli investimenti cinesi d’oltremare, circa 117 miliardi di dollari, sono stati impiegati per combustibili fossili, 19 miliardi dei quali usati direttamente per progetti carboniferi. E, secondo il Carbon Test Report, tra il 2009 e il 2014, le maggiori banche europee e americane hanno investito nel carbone 257 miliardi di dollari.

L’accordo di Parigi apre la strada

Alla radice di questo cambiamento operato dalle maggiori banche commerciali e di sviluppo si trova la necessità di apparire sempre più sostenitori dei programmi climatici e degli accordi di Parigi. Allo stesso tempo, c’è un’accalorata e sempre maggiore pressione da parte degli azionisti affinché gli investimenti nei combustibili fossili abbiano fine. Il gruppo di difesa degli azionisti As You Sow, ad esempio, ha chiesto l’intervento della Wells Fargo Bank per un’azione di allineamento dei prestiti e degli investimenti agli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che prevede che l’aumento della temperatura globale venga mantenuto sotto 1.5°Celsius. Ci sono poi le crescenti pressioni dei gruppi ambientali come lo statunitense Sierra Club e Greenpeace in Europa, a rendere più difficile la vita di chi produce energia dal carbone.

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Ai minatori di carbone spagnoli sarà offerto il prepensionamento (Emilio Morenatti, Associated Press)

In alcuni Paesi, quella del carbone è ormai un’industria in declino e spesso in perdita. La Spagna affronta la chiusura di ventisei miniere di carbone in perdita ed è suo obiettivo porre fine all’utilizzo dell’energia fossile in linea con la politica dell’EU e l’adempimento dei traguardi imposti dall’Accordo di Parigi.
Peabody Energy, la più grande impresa mineraria americana, è caduta in stato di insolvenza a causa del crollo della domanda di carbone determinata dall’aumento dell’efficienza energetica e dal passaggio al gas naturale e alle energie rinnovabili. Quindi, per le banche commerciali e le compagnie d’investimento private – e adesso anche per la Banca Mondiale – investire nel carbone significa investire in un’industria in declino, senza prospettive per il futuro.
Ancora più avvincente è la crescente accessibilità e attrattiva commerciale delle energie rinnovabili e dei sistemi d’immagazzinamento, che stanno riducendo il bisogno del carbone sia nei Paesi sviluppati, sia in quelli in via di sviluppo. L’energia solare e quella eolica sono sempre più competitive rispetto ai combustibili fossili e prive dello svantaggio delle emissioni di gas serra.
La questione economica e ambientale delle energie rinnovabili è adesso indiscussa. Secondo il report di Reuters del 10 ottobre 2018, le considerazioni economiche sono la ragione per cui la Banca Mondiale non sosterrebbe la nuova centrale elettrica a carbone di Kosovo, nel sud est europeo. L’articolo della Reuters riporta le parole di Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale, che afferma che la decisione è decisiva perché “le energie rinnovabili sono scese sotto il costo del carbone”.

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L'analisi LCOE mostra un costante calo dei costi di produzione di energia elettrica da fonti energetiche alternative (Lazard.com)

Progetti a sostegno del carbone

Tuttavia, alcune banche, specialmente cinesi, giapponesi e sudcoreane, continuano a supportare i progetti legati al carbone, spesso come parte integrante per lo sviluppo dei loro investimenti esteri e forse anche per guadagnare influenza politica. Ad esempio, la China’s Construction Bank ha concesso prestiti per 12,61 miliardi di dollari, la Bank of China per 9,46 miliardi di dollari e la Industrial and Commercial Bank of China per 8,22 miliardi di dollari per progetti legati al carbone relativi al programma multinazionale Belt and Road. Le tre banche hanno fornito il prestito maggiore agli investimenti carboniferi nei Balcani Occidentali e negli Stati membri dell’UE, Romania e Grecia. E, con una mossa altamente impopolare, il governo USA, sotto la presidenza di Donald Trump, sta cercando aiuti esteri di supporto ai progetti legati alle energie fossili in uno sforzo teso alla creazione di nuovi mercati per l’esportazione del carbone americano.

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La centrale a carbone Kostolac B3 in Serbia, una delle più grandi nel paese, costruita grazie a un prestito di una banca cinese

Per Paesi produttori di carbone come la Polonia, l’America, la Germania e la Cina, passare da questa produzione a quella basata su tecnologie pulite spaventa per via della perdita di posti di lavoro e per le conseguenze sociali. Tuttavia, le recenti esperienze smentiscono questa convinzione: l’adozione di energie rinnovabili ha portato nuovi impieghi, con stipendi e condizioni lavorative migliori. Ad esempio, nel 2018, il settore delle energie rinnovabili in USA, ha coinvolto 9,8 milioni di persone – vale a dire +1% rispetto all’anno precedente – e oggi impiega un totale di più di dieci milioni di lavoratori. Ciò che sta diventando sempre più chiaro è che il passaggio all’energia pulita non è auspicabile solo per l’ambiente, ma anche proficuo per il business.

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Nicholas Newman