Sparks

Le vite degli altri

 By Chiara Amendola

Alessio, Emilio, Lelio, Valentina, Gennaro. Siamo stati in giro con un po’ di ragazzi che usano Enjoy a Milano e abbiamo scoperto che la gente è meglio dal vivo che nei selfie

Giunta a trent’anni in una Milano apparentemente inospitale per chi proviene dal profondo e caotico Sud, ho capito che non esistono più gli approcci “analogici”. Oggi riusciamo a comunicare quasi esclusivamente attraverso quella “coperta di Linus” incarnata in tutto il suo glorioso disagio dalle chat e dai social network. Dunque mi sono chiesta: che fine ha fatto l’interazione vis-à-vis? Quella pratica che ha dominato il mondo nei secoli dei secoli permettendo alla crudele selezione naturale di fare il suo corso in termini di relazioni umane?

Domanda successiva: quante cose puoi scoprire di una persona condividendo un’auto? Probabilmente molte di più che durante un normale appuntamento, dai gusti musicali alle tendenze omicide, dalla psicolabilità ai secondi che intercorrono prima di scomodare un Santo per imprecare.

Affascinata da bizzarri esperimenti sociologici, per abbandonarmi ai miei istinti di socializzazione ho scelto un approccio inusuale. Ho scelto il carsharing.

Il termine indica un servizio che permette di prenotare un’auto, utilizzarla, parcheggiarla una volta giunti a destinazione, e pagare in base al tempo impiegato o ai chilometri percorsi.

Ora, negli anni 80’ il carsharing – slegato da anglofone denominazioni cool – era un fenomeno abbastanza comune nelle grandi famiglie, dove  i coetanei tendevano a dividersi le spese dell’auto ripartendosi i consumi e le fasce orarie di utenza. In pratica, la logica dell’albergo a ore applicata all’auto.

Riportato in auge da una forte inclinazione green, oggi è uno dei servizi più utilizzati nelle grandi città, una forma di progresso verso quell’astratto concetto di Smart City che mantiene viva la speranza di un mondo non dico “migliore”, ma almeno un po’ più pratico e più pulito. La differenza tra la condivisione di 30 anni fa e quella di oggi – impiego di app e smartphone a parte- consiste nel fatto che l’auto passerà di mano a uno sconosciuto.

Così, il fascino malsano per il rischio e il desiderio impellente di ristabilire un contatto umano diretto mi hanno spinto a seguire come una stalker alcuni simpatizzanti di Enjoy nelle loro trasferte quotidiane.

Ho pubblicato un post su Facebook in cui spiegavo le mie intenzioni sperando che qualcuno assecondasse la mia ennesima follia, e questa volta giuro che non c’erano secondi fini destinati alla ricerca di un partner.

La strategia ha funzionato.

Sono stata in auto con 5 persone, ho ascoltato i loro racconti, ho condiviso per un po’ le loro vite confusionarie, li ho visti cantare, inveire nel traffico, ridere ed emozionarsi.

Ecco le loro storie.

Alessio & Emilio

Alessio e Emilio, i due coinquilini litigiosi

Emilio, ragazzotto siciliano dalla rigorosa morale, mi contatta in privato dopo aver letto del mio esperimento e mi chiede di raggiungerlo l’indomani alle 9 per andare a prendere suo padre alla stazione.  Lui, fisico aitante di chi non smette mai di fagocitare proteine, si muove di solito coi mezzi pubblici e usa Enjoy solo per le faccende “pesanti”. Nel caso specifico: soccorrere un papà in arrivo da Varese con una valigia molto ingombrante. Non avrei dovuto fidarmi della parlantina filosofeggiante di Emilio, non si può chiedere ad una donna trapiantata in Padania e appena conosciuta di svegliarsi alle 8 di domenica mattina. Nonostante ciò non potevo tirarmi indietro, anche se equivaleva rinunciare ai (ne)fasti del sabato sera. Così, eccomi in Viale Monza come da accordi, ma al mio arrivo non lo trovo da solo. Con Emilio c’è il suo coinquilino, Alessio, siciliano bis. Appena ci sediamo in auto noto un’evidente tensione tra i due: sono reduci da una convivenza vagabonda tra case di amici, e solo di recente hanno trovato un punto d’approdo in un appartamento da condividere che stanno ancora finendo di arredare.

Come si litiga bene in fila e dentro un'auto Enjoy...

Tra i due si respira il tipico astio di quando si convive per la prima volta. Alla guida c’è Alessio, che dopo aver spento l’auto almeno un paio di volte in fase di avvio mi confessa la sua ignoranza delle strade di Milano e delle auto dignitose (prima guidava un vecchio catorcio, che con una robusta dose di immaginazione potremmo definire “vintage”). Il viaggio procede tra frenate brusche e le urla stridule di Emilio, poco paziente nei confronti del conducente.

I ragazzi, nonostante il battibecco continuo, sono molto affiatati.

Mentre attraversiamo Corso Buenos Aires mi raccontano  he oltre alla convivenza hanno molte altre cose in comune: entrambi lavorano come addetti alla vendita in un’importante catena di abbigliamento, tutt’e due sognano una carriera in quel vago settore lavorativo noto come “comunicazione”. Tento di dissuaderli, racconto che a tentare quella strada poi si finisce una domenica mattina presto in compagnia di sconosciuti, ma le mie parole non li scalfiscono. Arriviamo alla stazione puntuali per caricare in auto  il quarto passeggero. Anche se conosco Emilio da pochi minuti posso facilmente distinguere nei suoi occhi una certa commozione, mentre il padre è alquanto sorpreso dalla situazione che si trova davanti: chi è quest’amica di Emilio?

I primi minuti sono dedicati quindi a una spiegazione di quello che sta accadendo e del perché mi trovo lì. Poi ci rimettiamo in marcia e il traffico milanese scandisce il resto della conversazione, tra la guida a strappi di Alessio, le code sui viali e i tentativi di evitarle. Le auto Enjoy sono tutte Fiat 500, ma l’agilità della vettura non è sufficiente per superare gli incolonnamenti, a meno di commettere qualche infrazione. Infrazioni del codice stradale davanti alle quali Emilio, ormai esaurito dai continui giochi di frizione del suo compagno, si mostra molto disinvolto: <<Sorpassa a destra, non vedi che da lì ci passa pure l’Andrea Doria?>>, sbotta. Mentre il padre tenta di censurare il figlio, ad Alessio tocca ricordare che il precario bilancio dell’appartamento non può permettersi una multa, e che nessuno potrà rinegoziare il debito col Comune di Milano come davanti a un’Unione Europea qualsiasi. Ormai è chiaro che ad Alessio tocca il ruolo del riflessivo, mentre Emilio affronta la vita con più irruenza. La loro alchimia si fonda su questo, alla guida come nel lavoro e nel privato. Dopo l’ennesima esitazione davanti a un incrocio, Emilio inveisce contro una donna che ha attraversato col rosso. Nel caotico polemizzare, tra risate, Ariana Grande che incalza a tutto volume con One Last Time, i clacson delle auto (ad appena 45 minuti dopo le nove, e sempre di domenica mattina) il papà di Emilio, un po’ sconcertato dagli epiteti lanciati dal figlio, gli mormora mesto:  <<Emilio ma sei diventato sessista?>>.

Li lascio al loro pranzo domenicale in famiglia, e tornando a casa rifletto su come le vite di questi postventenni siano dirette sempre di più verso un’economia della condivisione. Emilio e Alessio per ora non possono permettersi un’auto, ma  il carsharing gliene fornisce una all’occorrenza. È il postcapitalismo, bellezza.

Il tragitto compiuto da Emilio & Alessio

Lelio

Ecco Lelio, il musicista

Lelio fa il musicista, e per rispettare i cliché conduce una vita sregolata.

Lo incontro una rovente domenica pomeriggio su una chiatta del Naviglio Grande, a poche ore dal suo concerto. Ha con sé la sua chitarra, una camicia scura pronta da indossare per l’esibizione che cerca di spacciare a tutti i costi come un capo raffinato, e un paio di occhiali da sole che fanno molto britpop anni 90 (quale strimpellatore della y generation d’altronde può rimanere immune al mood Made in England dell’epoca?). Lelio mi dà appuntamento in Via Gianbologna ed è lì che prendiamo la nostra Enjoy. Come capita spesso quando deve suonare, sfrutta il carsharing per trasportare gli strumenti fino al luogo dell’esibizione. Ci mettiamo in auto e la prima cosa che fa è quella di collegare il suo iPhone allo stereo: sembra quasi che preferisca perdersi tra le note che chiacchierare con la sua biografa. Sarà che non assomiglio a Elena, la musa di uno dei suoi pezzi? Quando cerco di scoprire il vero nome della ragazza che si nasconde dietro la canzone, Lelio diventa vago e passa a parlare di carriera. Mi dà l’impressione di sentirsi abbastanza figo alla guida della 500 rossa con la sua t-shirt a righe e la chioma appena cotonata come un componente dei Bee Hive, autostima amplificata anche dagli avvenimenti della sera precedente, in cui aveva aperto un live di Fabrizio Moro ritrovandosi centinaia di sconosciuti a cantare le sue canzoni. Non lo avrei mai detto: gli artisti amano le autocelebrazioni, soprattutto quando si trovano di fronte a qualcuno disposto ad ascoltarli. Durante il tragitto mi racconta di essere stato selezionato tra un migliaio di candidature per un importante contest musicale, il Beck’s UnAcademy.  E’ fin troppo profumato per essere uno che di lavoro fa il cantante ma si tratta di un giorno speciale. Bastano pochi minuti per perdere la sua attenzione. La playlist passa uno dei suoi pezzi preferiti e Lelio inizia a cantare, regalandomi un’inedita performance su quattro ruote.

Dai, canta che ti passa!

Il mio momento da groupie dura però poco più di 15 secondi: non appena si sporge dal finestrino per recuperare ossigeno il suo sguardo viene rapito dai due pedoni in gonnella. Faccio tesoro di quell’attimo breve ma intenso trascorso con un “quasi famoso” e saluto Lelio in Via Vigevano, promettendogli di ascoltarlo dal vivo. Cosa che poi non ho fatto. (però ho visitato la sua fanpage ed ho scoperto che è molto bravo https://www.facebook.com/leliomorraofficial?fref=ts ).

Il tragitto compiuto da Lelio

Valentina detta “Yaya”

Yaya, la pierre delle notti milanesi

Qualche sera dopo mi ritrovo in auto con un’istituzione della nightlife milanese. Penso “bingo, il mio esperimento sociale non poteva prendere una piega migliore e magari insieme a lei rimorchio pure”. Valentina, per gli amici Yaya, mi viene presentata dal mio coinquilino, ed accetta con inaspettato entusiasmo la proposta. Mi viene a prendere in Viale Regina Margherita e la sua prorompenza mi investe letteralmente già con un ingresso trionfale, quando per farsi notare inizia a suonare il clacson come se un elefante stesse bloccando la carreggiata. E’ venerdì sera e lei lavora al QLab dove fa la Pr ma a me sembra di essere già ad un party con la musica a tutto volume. Le sue intenzioni, come facilmente prevedibile, vanno molto oltre. L’occasione che fa la (ra)gazza ladra arriva al primo semaforo. Valentina decide di tentare un primo approccio con una Citroen Picasso grigia metallizzata che procede al nostro fianco, alla guida c’è un ragazzo sulla trentina solo e pensieroso, preda ideale per un abbordaggio degno di questo nome. La mia nuova amica cerca di attirare l’attenzione del ragazzo sventolando con nonchalance il suo braccio ma ahimè il semaforo torna verde proprio quando lui si accorge della nostra presenza. Un’altra storia romantica – o quantomeno una notte d’avventura – stroncata con precisione chirurgica dal sistema dei trasporti milanese.

Yaya non si smentisce mai...

Ok, ammetto che questo uso alternativo del carsharing non era stato contemplato, ma non mi dispiace affatto. Mi lascio prendere dall’atmosfera distaccandomi un attimo dal mio fare professionale. Qualche auto si avvicina, un uomo dallo sguardo invasato ci lancia occhiatine ed azzarda un commento, ma è esageratamente sudato per conquistare il cuore di due donne alfa ormai totalmente immerse nel “tunz tunz”  trasmesso da una radio locale. Poi un taxi si accosta seguendo per un po’ la nostra scia. Piazzale Loreto ci annuncia che la destinazione è prossima, ma gli ultimi cinque minuti bastano per spingere l’uomo della notte a lasciare alla mia “Cicerona” il suo numero di telefono con la promessa di un sms.  Quando svoltiamo lungo viale Padova mi sento una donna soddisfatta. Non solo per 15 minuti ho contribuito alla mia vita sociale, ma ho lanciato anche un dardo facendo da Cupido. Saluto la Yaya e la lascio alla sua serata, con la tacita speranza che il tragitto per tornare a casa riservi qualche sorpresa anche per me.

Cosa che ovviamente non è avvenuta.

Il tragitto compiuto da Valentina

Gennaro

Piacere, Gennaro! Dai che andiamo a fare la spesa

Uno degli imperativi categorici del sabato mattina se vivi da solo a Milano è la spesa al supermercato. Operazione estremamente faticosa se sei da solo ed il megastore più conveniente, quello in cui puoi darti alla pazza gioia acquistando prodotti di marchi sconosciuti con periodi di scadenza paragonabili ad una gestazione, dista almeno 3 km. Incontro Gennaro in tarda mattinata in Via Porpora, carico di buste per quella che sembra una missione in incognito per fare scorte di provviste in attesa di un attacco nucleare. Mi confessa che ama guidare e il carsharing è entrato ufficialmente a far parte della sua quotidianità al pari dei cibi precotti, le creme senza parabeni e lo spray antizanzare. Ci dirigiamo verso una delle più note ed economiche catene in città, quelle che ogni due settimane ti sfornano offerte capaci di aumentare esponenzialmente il tuo potere d’acquisto spingendoti a spendere il doppio del budget e farti tornare a casa con doppioni di detergente per pavimenti e imprevedibili capsule deodoranti per wc. Arriviamo a destinazione, ma Gennaro, ormai da esperto cliente delle auto a noleggio, non abbandona la sua “nave”, decide di tenerla in sosta per ritrovarla al ritorno e caricarla di tutti i suoi pacchi. Resto con lui altri 20 minuti, il tempo di raccogliere tutti i prodotti precisamente annotati su un post it, e poi ancora altri 20 minuti, quelli necessari per completare la fila alle casse, esperienza traumatica che sono certa non ripeterò mai più in vita mia. Ritorniamo sovraccarichi al parcheggio dove ad attenderci c’è il nostro monovolume. Riempiamo il cofano proprio come una famiglia felice (o almeno faccio credere ai passanti che sia così) e torniamo soddisfatti al punto di partenza.

Fine della storia. No, non ho limonato con Gennaro al termine del nostro incontro: lui ha chiarito subito la situazione facendo coming out al primo incrocio. Né tantomeno ho rimorchiato un autista di tram. Questa storia non prevede un happy ending per la mia vita sentimentale. Una volta rientrata a casa, subito dopo aver aperto la porta, l’unico messaggio della buonanotte resta la mail che mi avvisa della fattura Enjoy.

Ma non era questo l’obiettivo.

Ora so che conoscere persone, a prescindere da un selfie o dalle emoticon che mi comunicano i loro sbalzi umorali, è possibile.

E, tra convivenze, spese del sabato, concerti e abbordaggi via auto, è decisamente più divertente.

Il tragitto compiuto da Gennaro
informazioni sull'autore
Chiara Amendola
Pseudogiornalista e pseudoscrittrice in preda ad una perenne crisi di nervi. Ogni momento importante della sua vita è scandito da una canzone. Nella Soundtrack dei suoi 30 anni non può mancare qualche pezzo anni Novanta. Ossessionata dalla legge di Murphy, per combattere la singletudine si tiene alla larga dai gatti e dai pigiamoni in pile.