Sparks

Uomini dal multiforme ingegno

 By Francesco Rigatelli

“Le belle foto sono nell’acqua sporca”, disse una volta Steve McCurry, indicando un mare di fango, figlio delle piogge monsoniche, in cui si era infilato per scattare foto straordinarie in India. Perchè solo chi è disposto a mettersi in gioco fino in fondo, a immergersi nella realtà fino al collo può essere davvero testimone credibile ed entrare in contatto con gli altri. Questo stesso spirito, perennemente in bilico tra estetica e documento, lo si ritrova nella carrellata di immagini sotto, fotografie provenienti dall’archivio Eni, realizzate tra l’immediato Dopoguerra e gli anni Settanta. Descrivono le avvincenti conquiste del Cane a sei zampe, da sempre tese verso la ricerca e l’innovazione in campo energetico. Francesco Rigatelli ne ha selezionate alcune pescando dal bel libro “Energia in Prospettiva” appena presentato al Festivaletteratura di Mantova, accompagnato dai testi di alcuni grandi scrittori del Novecento italiano: Comisso, Gadda, Sciascia, Primo Levi.

L’«Energia in prospettiva» è stata al centro di un recente incontro al Festivaletteratura di Mantova, presentato dall’attore Neri Marcorè, cui hanno partecipato il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, il fotografo Francesco Jodice e la direttrice della Fondazione Camera di Torino, Lorenza Bravetta. Questo nuovo Centro italiano per la fotografia, che inaugura in via delle Rosine 18 a Torino il primo ottobre con una retrospettiva sul fotografo ucraino Boris Mikhailov, ha curato il libro «Energia in prospettiva», con la prefazione di Calabresi, in cui alcune fotografie dell’Archivio storico Eni, scattate tra il Dopoguerra e gli Anni 70, si accompagnano a racconti di Carlo Emilio Gadda, Leonardo Sciascia e Primo Levi apparsi sulla rivista «Il gatto selvatico», voluta allora da Enrico Mattei e diretta da Enrico Bertolucci.

La prima sonda di perforazione a Sant’Arcangelo di Romagna nel 1955

Le immagini storiche acquisiscono valore per contrasto in un momento in cui tutti sono fotografi con i telefonini. «Il lato positivo di queste foto contemporanee è che non si ha più il tempo di guardarle: è finito il rito delle diapositive dopo le vacanze», scherza Neri Marcorè. «Mia nonna aveva 21 nipoti e a ognuno ha mostrato almeno 50 volte la stessa foto di lei da bambina con un cane. Noi nipoti ricordiamo ancora la sua predilezione per quella foto. Oggi bisogna saper scegliere», suggerisce Calabresi.

Fungo di erosione eolica presso Gara Dalma Kebir vicino l’oasi di Cufra in Libia nel 1961

Come si sceglie una grande foto prova a spiegarlo Bravetta: «C’è sempre un criterio soggettivo, anche se la differenza critica la fa la preparazione. La fotografia è un linguaggio di regole spesso non dichiarate. Un’icona non diventa mai tale senza una storia. La foto del miliziano repubblicano colpito dai franchisti di Robert Capa trova grande pubblico in tutto il mondo perché ha un simbolismo e una composizione grafica di alto livello. Certo, oggi i numeri sono cambiati: vengono distribuite più foto ogni giorno di quelle stampate nella prima metà del Novecento».

Aspetti della vita al campo Agip Mineraria sui Monti Zagros tra Iran e Iraq nel 1959

La fotografia è al suo massimo splendore? «E’ un’epoca postfotografica – secondo Jodice -. La fotografia è finita negli Anni 80. Eppure resiste in qualche forma, perché è resistente. Nel senso che sta a parete, non scivola via come un film. La foto non è liquida, è dura. La si vede ogni volta che ci si passa davanti, venendo costretti a un confronto etico».

Una visione aerea della concessione El Borma e di una sonda di perforazione in Tunisia nel 1964

L’ecumenizzazione della fotografia non va demonizzata. Jodice ricorda alcune riviste storiche come la testata «Tutti fotografi». Anche se oggi i veri fotografi sono rimasti pochi: «I radiologi che maneggiano le lastre in bianco e nero e i documentatori degli incidenti stradali». Nella fotografia, spiega Jodice, è poi facile confondere lo strumento con l’arte: «Un grande progetto fotografico semina dubbi e alla fine è uno strumento di inclusione sociale. Oggi la fotografia è soprattutto amatoriale e orizzontale: serve per scambiarsi informazioni e sentimenti».

Un geometra Agip con la sua guida presso i resti del trigonometrico quota 53 in Tunisia nel 1965

Uno stato di fotografia generalizzata è un terreno fertile per la Fondazione Camera. Bravetta vuole intervenire sulle scuole, partendo dall’educazione allo sguardo dei bambini: «Oltre a mostre e archivio, faremo corsi per tutti e itineranti, ma soprattutto per la fascia di età 6-13 anni, a cominciare dalla classe di mia figlia».

I magazzini di imbustamento dei fertilizzanti azotati della Anic a Ravenna nel 1960 circa

Tra fotografia e giornalismo uno dei nessi è l’intuito del professionista. Un fiuto che matura con l’esperienza sul campo. «Quando Domenico Quirico, inviato speciale de La Stampa, mi venne a parlare delle migrazioni dall’Afica subsahariana non gli credetti subito. Poi capii che in anni e anni di viaggi aveva assunto gli strumenti per prevedere ciò che avveniva laggiù. Così il fotografo Davide Monteleone, esperto di Russia, Cecenia, Ucraina e che prima di tutti ha compreso quel che vi accadeva. Si dice che non esiste più il professionismo, poi si va dai cuochi e dai pasticcieri bravi però».

Ricerca di gas naturale in Basilicata nel 1961

Le tecnologie cambiano le comunicazioni e anche le fotografie. «Mi domandano sempre cosa porti in più il digitale – racconta Bravetta -, ma non è questo il problema. E’ che non c’è il tempo di produrre e di trasmettere con calma che subito si è investiti da nuove immagini. Occorre invece tornare a valorizzare la foto, soffermarcisi, per capire e raccontare il mondo».

Il ponte della nave cisterna Snam Cortemaggiore durante una tempesta nel 1959

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informazioni sull'autore
Francesco Rigatelli
Scrive per La Stampa dai posti più insoliti, che racconta in reportage, interviste e in una rubrica di viaggi il giovedì. In passato ha lavorato anche per il Corriere della Sera e il Quotidiano Nazionale. Fa parte di Nòva 100, il gruppo di creativi, ricercatori e innovatori de Il Sole 24 Ore.