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Il richiamo delle foreste europee

 By Eniday Staff

A prima vista sembra un paradosso: utilizzare più legno per migliorare la qualità dell’ambiente e dare un futuro migliore alle generazioni che verranno

Il senso comune ci dice che dovrebbe essere l’esatto contrario, che meno si tocca la natura – soprattutto le foreste e i boschi – meglio sarà, perché è il più grande serbatoio di anidride carbonica esistente e ad ogni albero tagliato corrisponde a un aumento della concentrazione di gas ad effetto serra in atmosfera. In realtà, entrambe le affermazioni sono vere. Certamente, se si distrugge una superficie forestale che per decenni, o magari anche secoli, ha assorbito anidride carbonica, si compie un gesto scellerato dalle conseguenze negative e irreversibili. Ma è anche vero che se si coltiva con equilibrio ed intelligenza il patrimonio boschivo e si utilizza in maniera efficiente il legname che ne deriva, si può contribuire in misura rilevante a ridurre il bilancio globale della CO2. Ed è questa la conclusione cui è giunto uno studio redatto da un gruppo di ricercatori per conto del think tank francese The Shift Project.

“Pozzo” di carbonio

I ricercatori, che hanno utilizzato tutti i dati disponibili presso le istituzioni europee e internazionali, si sono concentrati sull’Europa e sul contributo che il patrimonio boschivo del continente ha dato e potrà dare in futuro. Si è soliti immaginare che le foreste siano cosa da Amazzonia o da Borneo e che l’Europa, patria della rivoluzione industriale, non ne possieda che in minima misura. Da un certo punto di vista questo è anche vero: nell’arco di due-tre secoli, lo sviluppo urbano, delle infrastrutture e delle attività economiche ed industriali ha cancellato in Europa forse più della metà dell’antica superficie forestale. Ciononostante, il Vecchio Continente ha mantenuto un importante patrimonio boschivo, che costituisce ancora oggi un notevole “pozzo” di carbonio. Ma attenzione – avvertono i ricercatori – perché non si tratta di un deposito stabile, non è come mettere dell’oro a Fort Knox: la capacità di assorbire carbonio da parte di un ecosistema forestale può variare anche di molto, in funzione dell’età delle piante e del loro tasso di crescita, mentre ogni perturbazione può tradursi in un rilascio di anidride carbonica.

Taglio sostenibile

Secondo i dati Eurostat citati nella ricerca, le dimensioni del “pozzo” di carbonio (che comprende le foreste, ma anche le grandi superfici coltivate e quelle di nuova urbanizzazione, che rilasciano CO2) sono di 312 milioni di tonnellate equivalenti di anidride carbonica, pari al 7% delle emissioni annuali europee. Un valore importante, che si spiega con il fatto che il Vecchio Continente dispone di una superficie forestale di 178 milioni di ettari, pari al 41% della superficie dell’Europa a 28, capace di sequestrare quasi 400 milioni di tonnellate di gas climalteranti all’anno, cui vanno sottratti, appunto, gli usi agricoli e lo sviluppo urbano.
Questo patrimonio è costituito per 133 milioni di ettari da foreste sfruttabili per la produzione di legname, sulle quali vivono alberi per un volume stimato in 22 miliardi di metri cubi. L’incremento netto annuo di questo insieme è di 770 milioni di metri cubi, di cui solo 485 milioni sono prelevati sotto forma di legname. In pratica: ogni anno in Europa vengono tagliati alberi per un volume di poco inferiore ai due terzi del fisiologico aumento dovuto alla normale crescita delle piante. Si tratta dunque di uno sfruttamento del tutto sostenibile dal punto di vista ecologico. Ma questo è vero soltanto se il ritmo di sviluppo del volume forestale fosse sempre in crescita. Purtroppo non è così. Diversi fattori, dalla siccità ormai quasi cronica al normale invecchiamento degli alberi che smettono di crescere, stanno conducendo ad una stabilizzazione dello sviluppo vegetale.

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Strambu Baiut, in Romania, una delle ultime foreste primarie d’Europa (James Morgan, WWF)

Far legna

Ma allora il “pozzo” di carbonio è in pericolo? No. Il “pozzo europeo” continua a svolgere egregiamente il suo prezioso ruolo, ma si potrebbe fare in modo di renderlo ancora più efficiente. Secondo i ricercatori incaricati da The Shift Project, infatti, si potrebbero sviluppare azioni capaci di comportare un ulteriore risparmio finale nelle emissioni di anidride carbonica agendo sul lato dell’utilizzo del legname.
Il legno è una risorsa rinnovabile, ma occorre rispettarne i cicli di riproduzione e farne uso nella maniera più intelligente. In primo luogo, si potrebbe utilizzare il legname per manufatti e materiali a più lunga durata (mobili di qualità e non cassette della frutta). In secondo luogo, bisognerebbe sostituire una quota crescente di materiali da costruzione di metallo o cementizi con strutture di legno, come carpenteria in legno e non solai in cemento armato (il tetto di Notre Dame, con i suoi 8 secoli di storia, ne è stato un esempio). In terzo luogo si dovrebbero utilizzare materiali legnosi per numerosi interventi di natura edilizia oggi effettuati con materiali artificiali (ad esempio, la lana di legno ignifuga come isolante termico). Infine, si potrebbe incrementare l’uso del legno per la produzione di energia (anche se ormai lo sviluppo della filiera del pellet è vicino alla saturazione).
Il presupposto per attuare queste politiche di efficientamento dell’uso del patrimonio forestale – concludono i ricercatori – è di migliorare la cura del patrimonio boschivo. Un ambito nel quale l’Italia eccelle, essendo il primo paese al mondo ad avere introdotto la certificazione ambientale delle foreste. Si è cominciato con i primi mille ettari, tra Veneto, Lombardia e Trentino Alto Adige, per i quali è stata attivata una procedura di verifica della capacità di assorbimento dell’anidride carbonica unitamente agli altri benefici ambientali connessi, quali la protezione dell’erosione del suolo e del sistema idrico e la tutela della biodiversità. Un modello di valorizzazione delle foreste che sarà esteso gradualmente a tutte le principali realtà forestali del Paese.

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