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I giganti dell’Adriatico

 By Marco Alfieri

Dai supply vessel alla “testa pozzo”, dal ciclo di vita degli impianti alla regola del “15 più 15”, dalla sicurezza all’estrazione del gas. Viaggio con le Associazioni nazionali dei Consumatori nell’Adriatico, sulla piattaforma Garibaldi C, per capire come funziona la grande macchina della produzione offshore…

(Fotografie di Mattia Balsamini)

Sveglia alle sei del mattino, colazione abbondante, alle sette il primo briefing per programmare e avviare le attività delle squadre di manutenzione e produzione, pranzo a mezzogiorno, all’una di nuovo al lavoro fino alle sei, cena alle sette e, dopocena, un po’ di relax, per quanto si possa davvero “staccare” in mezzo al mare. Televisione, tapis-roulant, una mano di carte, qualcuno legge, altri telefonano, giocano con il tablet o studiano.

Anche se la difficoltà maggiore resta gestire un manipolo di persone con storie e esperienze diverse. Si lavora dieci ore al giorno ma, finito il turno, si resta in piattaforma per altri quindici (giorni): sole-pioggia-caldo-freddo-sabati-domeniche non fa differenza.

“Se dovessi portarmi una cosa da casa”, mi confessa un tecnico appena salito a bordo dopo il riposo, “mi porterei il mio letto. Anzi, no: una montagna artificiale per farmi una sciatina o una bella arrampicata…”

Quando lavori su una piattaforma offshore ti mancano le cose di tutti i giorni, quelle cose che a casa si danno delle volte per scontate. Il tuo letto, la tua moto, i tuoi amici, i tuoi figli, insomma i tuoi spazi. L’offshore è un mondo complesso, ogni metro quadrato è prezioso e si cerca di ottimizzare i centimetri per motivi economici e, soprattutto, logistici: servono rispetto delle regole, sacrificio, attenzione alla sicurezza. E bisogna giocare di squadra, sempre.

Fa sempre un certo effetto guardare le piattaforme!

Tutte queste cose le abbiamo scoperte qualche settimana fa visitando il Distretto Centro Settentrionale di Eni a Ravenna (DICS), in un bel tour organizzato da Alessandro Barghini dell’Unità RAPAC guidata da Francesco Santangelo con l’obiettivo di coinvolgere le Associazioni dei Consumatori sui temi e i principi della cultura Eni: sicurezza, sostenibilità ambientale e ricerca tecnologica.

Una visita molto apprezzata dalle Associazioni, come evidenzia Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc, che valuta quella con Eni: “Una relazione ottimale che permette una migliore valutazione delle attività dell’azienda, in particolare per l’impatto che esse hanno in termini ambientali e di ricadute sui consumatori”.

 

Come si arriva in piattaforma

Il mare adriatico fatica a diventare blu. Assume molte sfumature di verde, questo sì, perché i fondali sono bassi anche a parecchie miglia dalla costa. In piattaforma ci si può arrivare in due modi diversi. Con le navi di appoggio o in elicottero quando il mare grosso non permette la navigazione. Sempre in elicottero, grazie a due Agusta Westland AW-109-SP basati a Ravenna e Falconara, viene assicurato il presidio sanitario e di trasbordo veloce 24 ore su 24.

Anche le navi di appoggio possono essere di due tipi: i cosiddetti crew boat che trasportano tecnici e personale alle piattaforme “madri” e i rimorchiatori di altura (supply vessel) che trasportano attrezzature e materiali per le piattaforme.

Nell’offshore adriatico Eni conta ben 98 piattaforme di cui 64 attualmente in produzione suddivise nei tre campi “Garibaldi” (provincia di Ravenna), “Cervia” (provincia di Rimini), e “Barbare” (provincia di Ancona), cui vanno aggiunte quelle di Adriatica Idrocarburi “Grottamare” e “Pineto”.

Come si può intuire, il trasporto e la logistica a mare da queste parti sono un bel traffico. L’Adriatico è una specie di grande lago dove tutto si scorge a occhio nudo anche quando è lontano: navi alla fonda, navi porta container, navi cisterna, rimorchiatori, barche d’altura, motoscafi e piattaforme di vario genere. Sembra di stare in mezzo a un’autostrada d’acqua.

Per salire sulla crew boat “Mare Diamante” bisogna vestirsi in un certo modo e seguire procedure obbligatorie: scarpe antinfortuni con la punta rinforzata, guanti e caschetto di ordinanza, ascoltare un video-brief di sicurezza, rispondere ad un appello ed essere segnato in un documento nominativo in possesso del capitano della nave. Non si fanno eccezioni. I pescatori della zona ci raccontano che l’Adriatico è un mare falso, si può alzare in poco tempo e sorprenderti. Dunque, mai sfidarlo.

A lezione di sicurezza!

Un’attenzione alla sicurezza da estendere in ogni ambito. Ad esempio “Abbiamo chiesto ad Eni –commenta Furio Truzzi, a nome di Rete Consumatori Italia – di portare questo primato della Sicurezza nelle case degli italiani. Con la bolletta e con i servizi energetici potrebbe entrare in casa anche una serie di utili consigli per evitare tutti gli spiacevoli inconvenienti che capitano alle casalinghe ed ai casalinghi ma anche a chi fa bricolage o è occupato in piccoli lavori domestici”.

Ma torniamo a bordo… Inganniamo il tempo di navigazione con un ottimo spuntino a base di pesce e, ovviamente, di cozze. Si scattano foto, si parla con il personale e si approfondiscono i temi della visita in una clima affabile e rilassato.

Appena si arriva sotto la piattaforma, prima ancora di indossare il giubbotto di salvataggio senza il quale non si può trasbordare, la cosa che colpisce sono i pesci. Non avevamo idea ce ne fossero così tanti e di tante specie e colori diversi; non solo le mitiche cozze che crescono sulle gambe di ferro delle strutture e che alimentano un bell’indotto commerciale gestito dalle cooperative pescatori di Marina di Ravenna, ma tantissimo altro pesce. Essendoci divieto di navigazione si forma una specie di area marina protetta dove si riproducono e nuotano indisturbati.

Di cozze così buone se ne trovano poche...

Come funziona una piattaforma

“Per capire il ciclo di vita di una piattaforma offshore per la produzione di gas naturale, tipica dell’Adriatico, bisogna invece fare un passo indietro e spiegare, anzitutto, come si scopre un giacimento…”, raccontano al Distretto Centro Settentrionale dove, prima di imbarcarci, abbiamo seguito una serie di interventi di manager Eni sulla presenza del gruppo a Ravenna, sull’HSE (Salute, Sicurezza, Ambiente) e sui futuri progetti sulle rinnovabili. L’acquisizione sismica e le successive elaborazioni tramite modelli matematici restituiscono una sorta di tac del terreno e degli strati. “Tutti questi dati, insieme alle conoscenze geologiche del bacino in questione, permettono di stimare un potenziale accumulo di idrocarburi.”

Nel caso dell’Adriatico Eni ha accumulato moltissime conoscenze. Il cane a sei zampe studia quest’area da più di sessant’anni. L’epopea Agip è cominciata esattamente dai pozzi della Val padana giù fino a Ravenna e poi direttamente in offshore. Basti ricordare la prima scoperta a terra (Ravenna 1) nel 1952; la costruzione della prima pipeline Ravenna-Bologna nel 1955; la prima scoperta di gas a mare di fronte a Ravenna nel 1960; l’inizio della posa di sealine nel 1963; l’inizio del primo progetto di stoccaggio del gas a Minerbio nel 1971; la prima esperienza di energia geotermica a Casaglia nel 1978 così come la messa in marcia del primo sistema DCS per piattaforme “spresidiate”, sempre nel 1978.

“Individuata una struttura con del potenziale si porta l’impianto nell’area e si comincia la perforazione esplorativa per acquisirne i dati”, continuano dal distretto. Se i risultati sono quelli sperati e c’è, effettivamente, un giacimento, si costruiscono i pozzi, il reticolo di pipeline e si va in produzione.

La piattaforma offshore Garibaldi C è una struttura con otto gambe e alloggi a bordo, costruita nel 1992. E’ una delle più grandi dell’Adriatico. Per arrivarci dal molo del distretto di Ravenna ci vogliono circa 45 minuti di navigazione. Ma ci sono anche strutture più piccole senza personale a bordo (le cosiddette piattaforme satellite), a quattro gambe con pannelli solari (per autoalimentare le utenze di piattaforma) oppure mono-tubolari munite solo di testa pozzo e valvole di sicurezza.

La caratteristica della Garibaldi C è di essere una piattaforma “madre” che raccoglie il gas in arrivo dalle piattaforme satellite del campo per la prima compressione e di ospitare, di base, dieci tecnici più un cuoco e un cameriere. I turni a bordo sono di 15+15, quindici giorni in piattaforma e quindici di riposo a casa. All’inizio, quando lavorava soprattutto personale locale, i turni erano 6+4. Poi Eni ha deciso di allungarli per permettere ai tecnici che abitano lontano di poter tornare davvero a casa.

“Quando si sale a bordo per cominciare il turno si prendono le consegne dal collega, in quindici giorni ne succedono di cose…”, sorride un caposquadra. Si controlla la stazione di compressione sulla Garibaldi K, si programma la manutenzione dei macchinari e i lavori giornalieri, si visionano i dati in sala tecnica – livelli, portate, pressioni, temperature, parametri di esercizio -, i gruppi elettrogeni, i compressori dell’aria, le teste pozzo e via così…”.

Vado a vivere in offshore!

Il ciclo del gas

Il ciclo del gas in piattaforma si può invece dividere in tre fasi:

  1. Per cominciare il gas nel campo Garibaldi si estrae da un giacimento a circa duemila metri di profondità più circa 25 metri di acqua (i fondali come detto sono bassi). L’idrocarburo arriva in superficie a circa 5 bar di pressione all’altezza delle teste pozzo, le strutture fisse che spuntano dal mare assicurando la separazione del pozzo dall’ambiente esterno. Le teste pozzo sono chiuse dalle cosiddette “croci”: a sua volta ogni pozzo (la Garibaldi C estrae da 12 pozzi di cui 4 attivi) ha due stringhe e ogni linea è munita di valvole di blocco per la sicurezza.
  2. Ogni pozzo possiede anche un separatore, quando il gas arriva in superficie sbatte nel recipiente, l’acqua cade per differenza di peso e il gas sale.
  3. Attraverso un ponticello si passa dalla Garibaldi C alla Garibaldi K, una delle 4 stazioni di compressione offshore di Eni presenti in Adriatico, dove tre turbo compressori portano la pressione del gas estratto da 5 a 20 bar, necessari per pomparlo alla centrale a terra di Casalborsetti, attraverso una condotta sottomarina. In centrale viene misurato, filtrato dai residui di acqua, ricompresso e poi immesso nella rete Snam nazionale. Tutto il gas delle piattaforme satellite del campo, collegate tra loro da pipeline, arriva sulla Garibaldi K per essere compresso.

Tenete conto che il Distretto Centro Settentrionale gestisce qualcosa come 2.415 chilometri di pipeline di cui 2.265 solo per il gas. Che da queste parti è davvero una risorsa a chilometro zero, pura, priva di anidride carbonica. Non solo. Il 7% della produzione di gas nazionale arriva dall’Adriatico e Ravenna resta una palestra straordinaria di tecnici e ingegneri, una specie di nave scuola dove ci si fa le ossa prima di andare all’estero e girare in lungo e in largo le provincie della galassia Eni.

L’altra cosa che ci racconta uno dei capi squadra sulla Garibaldi C è l’attenzione per l’ambiente. Dal 1998 il CNR-ISMAR di Ancona svolge monitoraggi semestrali su eventuali effetti indotti sull’ambiente marino da parte di installazioni offshore (piattaforme e sea-lines) durante tutto il ciclo di vita: pre survey, istallazione/perforazione, produzione, smantellamento.

La potenza è nulla senza controllo

Nemmeno sapevamo che sulle piattaforme italiane è montata una vera e propria scatola nera e che esiste un controllo preventivo delle autorità sulla costruzione e progettazione dei pozzi, non solo su quel che succede sopra il pelo dell’acqua come all’estero. In questo senso, non esistono leggi più restrittive che in Italia (le piattaforme entrano in esercizio dopo un processo che prevede 26 tra autorizzazioni e nulla osta da parte di Ministeri e organi tecnici).

Altra cosa che non sapevamo: il personale di piattaforma di notte dorme, non fa turni. La struttura si controlla in remoto da terra. In caso di emergenza sulle Garibaldi, in soli cinque minuti dalla centrale di Casalborsetti abbassano la pressione del gas, chiudono le valvole di sicurezza a 300 metri di profondità e, in 15 minuti, spengono letteralmente la piattaforma, trasformandola in un pezzo di ferro.
Dopo le piattaforme

C’è poi un’ultima questione relativa al ciclo di vita di una piattaforma: cosa farne quando un giacimento si esaurisce e non produce più? La si smantella? Si lascia la struttura in mezzo al mare? In realtà le piattaforme Eni, una volta chiuso il campo, resteranno un asset importante per sperimentare nuovi progetti di energia rinnovabile (installazione di pale eoliche, energia di maree e moto ondoso, Gas-To-Wire, generazione elettrica) oppure altri utilizzi come la piscicultura, le telecomunicazioni, il monitoraggio ambientale e la creazione di laboratori offshore per la raccolta di dati scientifici.

Valga per tutti il progetto Poseidon, che ha già cominciato a trasformare un paio di piattaforme dismesse in Adriatico (Azalea A e PC73) in un primo tassello di Parco Scientifico Marino, formato da una rete di stazioni di ricerche interconnesse.

Il progetto prevede via via l’installazione di una serie di apparecchiature radio, per fornire un servizio pubblico di comunicazione radiomarittima (tecnologie wireless a microonde); l’installazione sotto la piattaforma di sonar per la valutazione della fauna marina nei pressi delle strutture; l’utilizzo delle piattaforme per il monitoraggio delle migrazioni di cetacei e tartarughe, tramite trasmettitori di segnali; e la realizzazione di un impianto di mitilicoltura reattivo che si adatta alle variazioni ambientali del mare.

Insomma c’è vita, dopo le piattaforme. E le associazioni consumatori sembrano condividere.

Le Associazioni dei Consumatori in visita sulla Garibaldi C
informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.