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Gli Stati Uniti e l’energia fatta in casa

 By Eniday Staff

I numeri sono spesso molto aridi, non dicono i mutamenti che descrivono se non agli addetti ai lavori, a coloro che sono rapidamente in grado di cogliere la differenza che passa, ad esempio, tra 100 e 60. E questo accade anche se il 100, per l’esattezza 96, rappresenta la quantità di energia lorda prodotta da un paese, e 60, all’incirca, era l’energia che quello stesso paese produceva all’inizio degli anni Settanta…

Per capire che cosa è accaduto, conviene allora affidarsi ai grafici, alle linee che descrivono i mutamenti e che permettono di vedere con un colpo d’occhio l’enorme differenza. Ecco allora un primo semplice grafico, realizzato dall’U. S. Energy Information Administration, che ci racconta tre cose tutte insieme: dice come gli Stati Uniti sono diventati tra i primi produttori di petrolio e di gas naturale, sopravanzando i leader storici Arabia Saudita e Russia; spiega anche che questo aumento della produzione ha permesso di coprire i consumi energetici del paese; infine, mostra come una tendenza trentennale, quella che vedeva gli Stati Uniti coprire gran parte del proprio fabbisogno energetico con le importazioni, è da considerare ormai una vecchia storia.

Si vede molto bene come fino al 1970 la domanda e la produzione di energia seguisse negli States un andamento simile. Poi, dagli anni Settanta, con la crisi petrolifera del 1973, si cambia strategia: il petrolio rimane in casa, ben custodito, mentre si cerca di coprire una parte crescente del fabbisogno con risorse esterne. Infine, dal 2010, il nuovo paradigma: l’avvio della produzione su scala molto ampia di shale oil e shale gas, ha permesso di chiudere la forchetta quasi completamente: nel 2018, infatti, i consumi di energia degli Stati Uniti sono stati pari a 101 quadrilioni di BTU (British Thermal Unit) che equivale a circa 2.545 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep), mentre la produzione ha visto una crescita senza precedenti, pari a fino a quasi raggiungere la vetta dei consumi, a quota 2.420 (Mtep). Nello stesso tempo, le importazioni sono calate e le esportazioni rapidamente cresciute: fino al 2010, la linea marrone del grafico serviva a colmare la differenza tra quella blu scuro, i consumi, e quella azzurra, la produzione; oggi anche importazioni ed esportazioni quasi si equivalgono e rappresentano grosso modo un quinto del totale.

Cresce il gas naturale

Guardando ora all’evoluzione delle diverse fonti primarie di energia si nota subito come la produzione americana di gas naturale abbia visto uno sviluppo molto sostenuto: nell’arco di meno di vent’anni si è verificato un aumento di circa il 60%, fino a raggiungere quota 32 quadrilioni di BTU, qualcosa come un terzo dell’intera produzione energetica del paese. Il petrolio ha visto una crescita ancora più marcata, con un raddoppio della produzione rispetto al 2000, mentre il carbone ha subito una rapida riduzione, nell’ordine, sullo stesso periodo, di oltre un terzo. Infine, le fonti rinnovabili, che hanno visto una crescita meno sostenuta di quella dei paesi europei, certamente, ma comunque molto rilevante, fino ad oltre 12 quadrilioni di BTU.

Insomma, una trasformazione radicale, da primo importatore mondiale di idrocarburi a primo esportatore. Certamente lo sviluppo del shale gas e del shale oil ha svolto un ruolo chiave, ma il mutamento di orizzonte sembra proprio per questo essere destinato a durare nel tempo: gli investimenti effettuati per l’estrazione degli idrocarburi di scisto giustificano infatti la progressione finora osservata nella produzione degli States e lasciano presagire che questa tendenza non si arresterà.

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