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Una lezione da Chernobyl

 By Chris Dalby

La nuova serie targata HBO, “Chernobyl”, ha riportato sotto i riflettori il più famoso disastro nucleare mai verificatosi. La fusione del nocciolo del reattore avvenuta in Ucraina nel 1986 continua a influenzare le strategie energetiche globali ancora oggi, obbligando i fornitori di energia nucleare a sviluppare tecnologie più sicure e resistenti e sollevando dubbi sull’uso del nucleare in generale…

Questi insegnamenti hanno un valore incommensurabile, ma non sono gli unici che possiamo trarre da Chernobyl: nello specifico, questo famigerato incidente ha condotto a uno dei più emblematici esempi di ripresa dopo un disastro naturale. Ecco alcuni dei principali progressi compiuti in ambito energetico e ambientale dopo l’esplosione.

I reattori nucleari sono più sicuri che mai

L’energia nucleare è in declino. Nei trent’anni precedenti al disastro di Chernobyl, nel mondo sono stati costruiti 409 reattori nucleari. Nei trent’anni successivi, soltanto 194 sono stati effettivamente messi in funzione. Finora possiamo contare quattro generazioni di reattori nucleari: Chernobyl apparteneva alla I Generazione; gran parte dei reattori attualmente operativi sono di II Generazione; la maggioranza di quelli in fase di costruzione sono di III Generazione; mentre la IV Generazione dovrebbe essere introdotta a partire dagli anni ’20 del 2000. I reattori di III Generazione presentano notevoli progressi rispetto ai predecessori, con particolare focus sulla prevenzione di eventuali fusioni del nocciolo, disastri naturali, errori umani o attacchi terroristici. Alcuni di questi miglioramenti appaiono logici, come il rafforzamento strutturale o l’aumento del grado di automazione dei processi. Ad ogni modo, il funzionamento dei reattori è concepito per garantire la massima sicurezza. Per esempio, in caso di spegnimento, questi reattori hanno un “periodo di grazia” di 72 ore durante il quale per mantenere la sicurezza non occorre alcun intervento umano. Se si verificasse un impatto con un aereo, il reattore è progettato in modo tale da evitare o ridurre notevolmente le conseguenze di qualsiasi contaminazione radioattiva.

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Modello del Toshiba ABWR, che è diventato il primo reattore operativo di terza generazione nel 1996 (na0905, flickr)

Le specifiche dei reattori che apparterranno alla IV Generazione sono ancora in fase di definizione, ma è certo che presenteranno notevoli vantaggi a livello ambientale ed energetico. Con la stessa quantità di combustibile nucleare sarà possibile generare 100-300 volte più energia rispetto al passato. Il periodo di radioattività delle scorie nucleari non sarà più di millenni, ma di qualche secolo. Le centrali nucleari potrebbero perfino utilizzare una parte dei propri scarti per produrre elettricità nell’ambito di un ciclo del combustibile nucleare ottimizzato.

Il nucleare sta diventando eco-sostenibile

La Germania si è impegnata a chiudere tutte le centrali nucleari entro il 2022; il Giappone e l’Italia l’hanno già fatto. Tali decisioni risultano comprensibili alla luce di calamità come quella di Fukushima, in Giappone. Eppure, questo allontanamento dai rischi del nucleare sta ostacolando alcuni tra i più interessanti progressi tecnologici in campo energetico nel mondo. Molti scienziati esperti di clima ed energia affermano che l’energia nucleare rappresenta uno strumento accessibile e conveniente nella lotta al cambiamento climatico. La Union of Concerned Scientists, che in genere non è a favore dell’energia nucleare, segnala che la chiusura delle centrali nucleari comporterebbe la comparsa di nuove stazioni di gas naturale, con un conseguente aumento delle emissioni di carbonio del 6%. Anche se i componenti necessari alla creazione del combustibile nucleare provengono da industrie estrattive inquinanti come quella mineraria, questa situazione sta cambiando. Il rendimento energetico del combustibile nucleare sta aumentando in modo esponenziale e, sebbene non siano ancora state trovate soluzioni di contenimento permanenti per le scorie nucleari altamente radioattive, i passi avanti compiuti in relazione al ciclo del combustibile nucleare sono motivo di ottimismo. Infine, i fattori di capacità medi (il tempo durante il quale le centrali possono operare a pieno regime) per l’eolico e il solare rimangono piuttosto ridotti, rendendo necessaria l’adozione di altri mezzi per la generazione di energia. Nel 2016 le centrali eoliche negli USA sono riuscite a fornire energia per il 34,5% del tempo. Per il solare, la cifra scende a 25,1%. Al contrario, le centrali nucleari hanno generato energia per il 92,3% del tempo.

 

Un modello di recupero ambientale

A 32 anni di distanza dall’esplosione del nocciolo del reattore, l’area che circonda Chernobyl non è la terra desolata e arida che molti immaginano. Al contrario, si è trasformata in una fiorente ecosfera con una fauna sempre più ricca che viene considerata il luogo ideale per condurre ricerche orientate a favorire il ripristino delle popolazioni animali.
L’episodio di Chernobyl ha stimolato il miglioramento delle misure di sicurezza nelle centrali nucleari di tutto il mondo e del decadimento radioattivo nell’atmosfera nel tempo, ma si può affermare che il suo maggior contributo ricada nell’ambito del recupero ambientale. Se i turisti in visita si agitano all’idea di attivare i contatori Geiger quando incoraggiati dalle guide, gli animali non sembrano condividere queste preoccupazioni. Lupi, linci, cavalli selvatici e altre specie popolano la zona di esclusione di Chernobyl. Questa ecosfera è sopravvissuta contro ogni aspettativa. Molti alberi sono stati abbattuti e sotterrati perché eccessivamente radioattivi. Alcuni soldati sovietici sono stati incaricati di uccidere tutti i cani presenti nell’area, un evento intensamente rappresentato nella serie HBO. Tuttavia, il dibattito sul reale impatto delle perdite sulla fauna locale rimane acceso. Alcuni scienziati segnalano che le popolazioni animali stanno infatti prosperando, beneficiando dell’assenza dell’uomo nella loro ripresa, un elemento importante quando si affronta l’argomento dell’estinzione di massa. “In certe aree, l’occupazione quotidiana dell’uomo — tramite attività agricole e di selvicoltura — ha danneggiato la fauna più del peggior incidente nucleare mai registrato”, ha spiegato alla rivista The Guardian Jim Smith, professore di scienze ambientali all’Università di Portsmouth. Altri studi dimostrano che non sono state svolte ricerche sufficienti riguardo la misurazione delle mutazioni manifestatesi negli animali della zona. Un censimento dei piccoli mammiferi ha registrato numeri simili sia all’interno sia all’esterno della zona di esclusione, con un importante indicatore: non erano presenti variazioni di radioattività statisticamente rilevanti tra queste popolazioni. Questi dati sono ora oggetto di studio, per determinare in che modo possono rivelarsi utili nella pianificazione di futuri insediamenti umani in aree con fallout radioattivo. Mentre i governi del mondo lottano per creare più aree naturali protette, ciò che Chernobyl ha da insegnarci è destinato a plasmare le politiche energetiche e ambientali dei prossimi anni.

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