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La CO2 è servita

 By RP Siegel

I ricercatori stanno esaminando attentamente i vari aspetti dei cambiamenti climatici nel tentativo di individuare fronti aperti e possibilità di azione efficace…

È risaputo che il sistema alimentare sia uno dei principali attori responsabili. A fronte della complessità del sistema, è tuttavia difficile quantificarne esattamente l’impatto. Le stime oscillano tra il 14 e il 51% delle emissioni totali con la maggior parte delle fonti vicine al limite inferiore. Questo numero tuttavia, pur non comprendendo tutte le sovrapposizioni con altri settori, è comunque paragonabile a quello del settore dei trasporti nel suo insieme. Mentre la maggior parte delle analisi del sistema alimentare ha preso in esame il fronte produzione, Eugene Mohareb, all’Università di Reading, ha scelto di privilegiare la componente consumatore dell’equazione.

L’indagine e i responsabili

Influenzato dal lavoro di Marty Heller dell’Università del Michigan, che ha scoperto che l’alimentazione del 20% degli americani è responsabile di quasi la metà di tutte le emissioni di gas serra legate al cibo, Mohareb, docente di Sistemi Urbani Sostenibili, ha deciso di collaborare con Heller per esaminare la questione da un’altra prospettiva.
Una prospettiva più ampia, relativa a come le persone che vivono in città possano influenzare il cambiamento climatico attraverso le loro scelte quotidiane, grandi e piccole che siano. Tra i settori oggetto di indagine citiamo: riduzione degli sprechi alimentari, esame dei servizi di consegna del cibo alternativi all’acquisto personale in negozio, riciclo degli imballaggi alimentari e scelta di alimenti “ad alta intensità di carbonio”, come la carne bovina.
Un risultato inatteso quanto deludente è rappresentato dal fatto che anche un impegno maggiore nella promozione dell’agricoltura urbana – che preveda la destinazione di tutti i terreni disponibili ad uso agricolo e che compensi fino al 17% di tutta la frutta e verdura prodotti – porterebbe ad una riduzione appena dell’1% delle emissioni. Questo nonostante alla produzione alimentare siano imputabili circa la metà delle emissioni complessive.
Mohareb ha spiegato che ciò è conseguenza del fatto che l’allevamento urbano non compenserebbe in modo significativo la produzione di carne, principale contributore di emissioni nel sistema alimentare. Non avrebbe poi un impatto sostanziale sugli altri componenti del sistema alimentare (quali ad esempio rete retail, conservazione e preparazione in casa, filiera produttiva, rifiuti post-distribuzione e pratiche di smaltimento rifiuti).

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Fattoria urbana a Chicago (Jamelle Bouie, Flickr)

Carnivori

In realtà, la produzione di carne – bovina in particolare – è un fattore così importante da essere stata individuata nella relazione come possibile obiettivo di azione.
Possono le città influenzare le scelte alimentari di chi le abita? Mohareb ha suggerito la possibilità di istituire una tassa sulle carni bovine, sulla falsariga e per le stesse ragioni della tassa sulle bibite gassate che alcune città hanno adottato con successo. Queste tasse sono state istituite a livello nazionale in diversi Paesi tra cui Messico, Francia, Cile e ora Regno Unito, così come in alcune città degli Stati Uniti, quali ad esempio Filadelfia, Berkeley, Oakland e Boulder.
Studi condotti dall’Università della California hanno confermato l’efficacia di tali misure nel ridurre il consumo di bibite gassate. Un approccio simile funzionerebbe per la carne bovina?
Pur riconoscendo che l’accettazione da parte delle persone potrebbe essere lenta, Mohareb afferma: “Potremmo in questo modo avere il duplice vantaggio di ridurre l’impatto sul pianeta e sulla nostra salute”.
Tra i risultati dello studio: un lunedì senza carne porterebbe ad una riduzione delle emissioni del 4%, mentre la sostituzione del 25% del consumo di carne bovina con quella di pollo potrebbe comportare in generale una riduzione del 6% delle emissioni legate al settore food. Allo stesso modo, una sostituzione del 25% della carne da allevamenti tradizionali con carne creata in laboratorio potrebbe ridurre le emissioni del 7%.

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I manifestanti dell'associalzione PETA chiedono di tassare la carne (Jamelle Bouie, Flickr)

Altri corresponsabili

Ma il settore della carne non è stato l’unico ad essere identificato come passibile di un potenziale miglioramento. Aree critiche di interesse sono tra le altre: la destinazione del 50% dei rifiuti dalle discariche alla digestione anaerobica, dove potrebbero produrre metano utile a contenere anche del 5% le emissioni legate al cibo. Anche una riduzione del 50% dei rifiuti totali relativi a consumatori e mondo retail potrebbe ridurre le emissioni fino all’11%.
Lo studio ha inoltre analizzato il sistema alimentare in termini di ripartizione dei contributi alle emissioni delle varie componenti. Mentre la produzione, come precedentemente detto, ha contribuito per il 50% (di cui 72% effettivamente consumato e restante 28% sprecato), gli altri principali contributori sono stati: smaltimento dei rifiuti solidi (12%), retail (10%) ed energia domestica (8%).
L’impatto di gran lunga più significativo può essere ottenuto decarbonizzando la rete elettrica, da cui dipende la maggior parte dei componenti dell’attuale approvvigionamento alimentare, in particolare per la refrigerazione. La decarbonizzazione completa potrebbe potenzialmente ridurre le emissioni legate al cibo anche del 18% e questo senza contare il consumo di packaging o di energia elettrica in azienda, per i quali non erano disponibili dati.
È importante notare che numerose di queste azioni avrebbero un effetto a cascata, data la loro interdipendenza, e Mohareb riconosce che, pur avendo fatto del suo meglio per considerarle tutte, potrebbe averne tralasciate alcune.

Innovazione in città

Mentre le città possono fare molto per promuovere il solare, cosa che spesso fanno scegliendo di installare impianti di questo tipo sugli edifici comunali acquistando energia rinnovabile certificata o stipulando contratti di fornitura di energia elettrica ad hoc, anche alcuni negozi di alimentari si stanno muovendo in questa direzione installando pannelli solari sui tetti, generalmente larghi e piatti. Nei negozi si stanno facendo strada altre opzioni innovative, quali lo stoccaggio termico.
Tra le città modello, dice Mohareb, includiamo anche quelle che hanno dato priorità alle attività di riciclo. L’alluminio è particolarmente importante in quanto caratterizzato da un’elevata intensità energetica a livello di produzione, di cui soltanto un 5% è necessario per il riciclo. Negli Stati Uniti, le città della costa occidentale si sono dimostrate particolarmente brillanti e lungimiranti in questo, in particolare San Francisco, Los Angeles, San Jose e San Diego, che insieme a Portland raggiungono una media intorno al 70% o superiore, rispetto a una media nazionale di tasso di riciclo pari circa al 35% (dati al 2014).
Nel Regno Unito, Mohareb cita infine Todmorden, una comunità dello Yorkshire che sembra incarnare lo spirito delle scoperte di Mohareb ed Heller. I residenti si sono dedicati con passione a un approccio etico che ruota intorno alla resilienza, all’importanza della comunità e alla condivisione del cibo. Mary Clear, Presidente di Incredible Edible Todmorden lo definisce “The Power of Small Actions – il potere delle piccole azioni”. È stato istituito un Festival of Ideas, giunto alla sua decima edizione, che si concentra sulla collaborazione e “usa la gentilezza come moneta”.
Questi risultati dovrebbero fornire una guida a leader delle comunità, cittadini e aziende su come nel loro piccolo, con le loro scelte, possano fare una grande differenza per il futuro del nostro pianeta nell’ambito di un sistema alimentare enorme ed estremamente inefficiente.

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