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Palla, servizio, ace…

 By Giulia Di Martella Orsi

La prima edizione dei Giochi paralimpici, il corrispettivo dei Giochi Olimpici, ma per atleti diversamente abili, si disputò nel 1960 proprio in Italia. Da quel momento è passata molta acqua sotto i ponti, soprattutto per le donne. I Giochi paralimpici sono diventati un appuntamento straordinario, di vita e di sport, capaci di regalare a tutti noi emozioni ed energia. Come ci insegna Clara Podda e il suo talento per il ping pong…

#EnergiaDallaNazionale

Donne che giocano, donne controcorrente. Potrebbe sembrare una rivisitazione del celebre pezzo di Zucchero Fornaciari, se non fosse che questa frase rispecchia a pieno il modo in cui il gentil sesso è entrato a far parte del mondo Olimpionico.
Per capire di cosa parlo dobbiamo guardare molto indietro nel tempo, all’origine dei giochi. Le donne furono infatti ammesse a partecipare ai Giochi Panellenici solo nel II secolo d.C., ma non poterono mai prendere parte ai Giochi Olimpici, neppure come spettatrici. Per loro si tenevano a Olimpia ogni quattro anni le “Feste Eree” (in onore della dea Era, moglie di Zeus); qui l’unico evento sportivo era una breve gara di corsa, un pensiero ben lontano dall’idea odierna di atlete.

Quando è stata allora la prima volta delle donne? Parigi, 1900. In concomitanza con la grande Esposizione Universale che celebrava l’inizio del nuovo secolo, le donne fecero la loro comparsa in quest’edizione dei Giochi. Furono solo due gli sport a loro riservati: tennis e golf ma si sa, “ogni lungo viaggio inizia con un primo passo”. Qui per la prima volta partecipò anche l’Italia. La percentuale di donne-atlete alle Olimpiadi per molto tempo non è stata altissima, ancora minore la partecipazione alle Paralimpiadi.

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Cosa è successo poi? Da Stoke Mandeville nel ‘48, a Roma 1960, fino a Rio2016. Lunga e travagliata è stata la strada che ha portato al Brasile, specialmente per le donne. Come si sono comportate le azzurre durante questo percorso? L’edizione israeliana delle Paralimpiadi estive del 1968 vede il primo podio femminile di Irene Monaco nel Pentathlon, medaglia d’argento. Toronto 1976 vede l’inizio della scalata femminile nell’atletica paralimpica con due doppie medaglie: gli ori di Lina Franzese nei 1500 e 100m classe F1 e i due bronzi di Rosa Sicari 60m e slalom classe b1. Arnhem nei Paesi Bassi 1980 e New York 1984 sono un tripudio di femminilità, con una valanga di podi per le atlete azzurre: in due edizioni sono 16 i titoli conquistati, su 21 medaglie totali vinte dalle spedizioni italiane. Padrone dell’atletica nel 1980 sono Gabriella Boreggio, oro nello slalom e argento nei 60m classe c1, ancora Lina Franzese, argento nei 1500m e 100m classe f1, Anna Rita Serrone, bronzo nei 60m classe 3 e Rosa Sicari, bronzo nello slalom classe 1b.

Passano 4 anni e le donne sono sempre le protagoniste. Nella Grande Mela iniziano le sorelle Grigio, Agnese ed Emanuela, con due medaglie a testa; Agnese è argento nel pentathlon e bronzo negli 800m classe b3, mentre Emanuela è argento negli 800m e bronzo nei 400m classe b2. Doppio titolo individuale anche per Rossella Inverni, argento negli 800m e bronzo nei 400m classe b1. Milena Balsamo è seconda nei 100m classe 4 e con le compagne Bulleri e Varano è bronzo nella 400×100 femminile classe 2-5.

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In generale dobbiamo però aspettare l’edizione delle Paralimpiadi di Londra 2012 per avere il record di partecipazione femminile, come affermato dall’IPC, ossia il Comitato Paralimpico Internazionale: si è infatti passati da 700 atlete ai Giochi di Barcellona 1992, alle 790 dei Giochi di Atlanta 1996, alle 990 di Sidney 2000, alle 1165 di Atene 2004, alle 1383 di Pechino 2008 fino alle 1513 delle Paralimpiadi di Londra 2012. Un aumento costante che in vent’anni ha visto le atlete donne raddoppiarsi e anche di più.

Il movimento paralimpico ha compiuto passi da gigante negli ultimi anni per quanto riguarda l’inserimento delle atlete. Questo ha permesso una maggiore equità tra i sessi, consentendo a tutti di competere in uno Sport Paralimpico a livelli di élite...

L’aumento delle quote rose ai Giochi non solo ispira le nuove generazioni a diventare modelli forti per gli altri attraverso le performance, ma il crescente numero di partecipanti di sesso femminile ai Giochi è essenziale anche per garantire pari opportunità.

Volto “amico” del tricolore è senz’altro quello di Clara Podda: 65 anni, è la veterana della spedizione azzurra che proprio non ci pensa ad appendere la racchetta al chiodo.

Tutta la grinta di Clara...

Classe 1951, originaria di Cagliari e poi approdata nella capitale quando aveva 13 anni, è una combattente, non c’è altro modo per definirla.

Nel 1987 avviene l’incidente stradale che le cambia la vita: ferma davanti a scuola con il suo bambino, un’altra auto le va addosso. L’impatto è violentissimo ma Clara riesce a proteggere suo figlio Danilo, finendo però sbalzata sul sedile posteriore con la testa che si incastra sotto al poggiatesta. C’è un periodo buio ma poi, come l’ha chiamato più volte lei stessa, inizia il “viaggio della speranza” per cercare di ricuperare quanto più possibile della sua vita precedente all’incidente.

Con la sua grinta, la determinazione e quella giusta cattiveria agonistica che rende ogni match unico, arriva la prima Paralimpiade nel 1996 con il nuoto: prima del tennis tavolo infatti ci sono stati il nuoto- praticato all’inizio come sport riabilitativo alla Fondazione santa Lucia di Roma- e la scherma, più precisamente il fioretto e la spada. Clara però viene presto convinta dall’allenatore Angelo Franchi, che è stato anche il ct della Nazionale paralimpica, che con il suo carattere poteva fare qualsiasi sport, o meglio, affrontare qualsiasi sfida, e così comincia l´avventura con il tennis tavolo che l’ha portata oggi a collezionare medaglie di tutti i colori.

La veterana Clara Podda

Clara, cosa significa oggi essere diversamente abile?

Essere “diversamente abile” o meglio ancora “disabile” è la condizione di chiunque si trovi in situazione di handicap in uno qualsiasi degli ambiti umani. Io sono disabile se devo salire i gradini di una scala, qualcun’altro lo è se gioca a Tennistavolo contro di me o contro uno qualsiasi dei miei compagni di nazionale. Una volta presa coscienza che ognuno di noi è relativamente disabile (dipende rapportato a chi ed in che ambito lo analizziamo) non continueremo a perdere tempo a pensare agli handicap, ma ci concentreremo sulle tante abilità che ogni persona possiede. Qui al Villaggio Paralimpico ho la fortuna di vedere un concentrato di GRANDI abilità, altro che diversamente abili!

Com’è entrato lo sport nella tua vita?

La risposta alla precedente domanda rende l’idea di come considero la vita. Cerco costantemente di scoprire e migliorare le mie abilità (fisiche e psichiche) e solo lo sport poteva aiutarmi in questo. Quindi non è stato lo sport ad entrare nella mia vita, ma sono stata io che ho avuto la necessità del confronto con gli altri, prima ancora però con me stessa.

Come (e se) cambia l’allenamento in vista di eventi sportivi così importanti? Ti alleni anche per tenere sotto controllo le emozioni?

Mi alleno tantissimo, gli atleti paralimpici son atleti a tutti gli effetti e non è certo la paura del grande evento che stimola la nostra voglia di lavorare duramente e continuamente. L’aspetto psicologico ha un ruolo fondamentale e lo curo in ogni allenamento, anzi in ogni singolo punto di ogni singolo allenamento.

Non è forte chi non cade, ma chi cadendo ha la forza di rialzarsi (Jim Morrison)

Quali gesti, scaramantici o propiziatori, fai prima di ogni gara?

Nessuno. Ho dei miei rituali, non certo per scaramanzia quanto per trovare la massima concertazione ed il feeling con la partita.

Qual è la tua fonte di ispirazione nei momenti di maggiore difficoltà (sportiva o emotiva)?

Il mio punto di riferimento, il mio vero e proprio angelo custode sportivo è il mio allenatore, anzi i miei allenatori, e cioè Fabio Angiolella che mi segue a casa, Donato Gallo che mi segue in Nazionale ed Alessandro Arcigli che coordina entrambe le attività.

Qual è il tuo motto/citazione preferita?

Il mio “stato” su whatsapp è “in palestra” perché è proprio lì che trascorro il mio tempo.

Ps. Non avevo una citazione, ma ora che mi ci fai pensare me ne viene in mente una: “allenamento, allenamento ed ancora allenamento”. Perché davvero se il calabrone avesse saputo che la sua struttura non è adatta a volare non ci avrebbe mai provato. E se non ci proviamo, non ci riusciamo!

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Se c’è una cosa che Clara e la sua vita mi hanno insegnato è proprio a non arrendersi mai: sembra una frase fatta, come tante, ma è con storie bellissime che si educa il mondo. Tra poco Clara diventerà anche nonna per la quarta volta e magari chissà, oltre ai super eroi dei film Hollywoodiani, i suoi nipotini chiameranno anche lei Super. Di sicuro per me lo è.

informazioni sull'autore
Giulia Di Martella Orsi
Più vicina ai 30 che ai 18, da quando ha memoria communication addict. Nata e cresciuta sotto il sole della Toscana ma approdata a Milano grazie ad Eni. La valigia sempre pronta sotto al letto e un milione di sogni nel cassetto.