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Il risveglio della forza

 By Eniday Staff

La prima edizione dei Giochi paralimpici, il corrispettivo dei Giochi Olimpici, ma per atleti diversamente abili, si disputò nel 1960 proprio in Italia. Da quel momento è passata molta acqua sotto i ponti, i Giochi paralimpici sono diventati un appuntamento straordinario, di vita e di sport, capaci di regalare a tutti noi emozioni ed energia. Come ci insegna Tommaso Schettino, professione canottiere…

#EnergiaDallaNazionale

(articolo a cura di Ginevra Mancinelli)

La prima edizione dei Giochi paralimpici, il corrispettivo dei Giochi Olimpici, ma per atleti diversamente abili, si disputò nel 1960 proprio in Italia. Già nel 1948, il medico britannico Ludwing Guttmann organizzò una competizione sportiva in un paese vicino Londra, Stoke Mandeville, per persone che avevano riportato danni alla colonna vertebrale: erano i veterani inglesi della seconda guerra mondiale.

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(Ludwing Guttmann)

Negli anni ’50 la manifestazione sportiva si allargò e prese un respiro più internazionale, con l’ammissione di 130 atleti stranieri; all’epoca la cittadina che ospitava queste gare dava anche il nome alla competizione: i Giochi di Stoke Mandeville.

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Alla fine del decennio, un altro medico Antonio Maglio propose a Guttmann di disputare l’edizione del 1960 in Italia, così da far coincidere il paese ospitante della XVII Olimpiade con quello in cui si svolgevano i Giochi Paralimpici. Roma fu, dunque, protagonista della IX edizione internazionale dei Giochi di Stoke Mandeville e della X di quelli Internazionali per paraplegici. Per arrivare al nome odierno della competizione, tuttavia, bisognerà aspettare il 1984, anno in cui il Comitato Olimpico Internazionale approvò la nuova denominazione.

Quest’anno siamo giunti alla XV edizione dei Giochi Paralimpici e per celebrare gli atleti azzurri, abbiamo deciso di raccontare quattro storie di ordinaria forza ed energia. Oggi incontriamo Tommaso Schettino, canottiere fin da piccolo, che dal 2012 gareggia nella disciplina del Para-Rowing (il canotaggio paralimpico), categoria Quattro LTA Mix, che racchiude atleti con minime disabilità fisiche.

Noi aspiriamo al massimo delle nostre possibilità...
Piacere, Tommaso Schettino...

Tommaso, cosa significa oggi essere diversamente abile?

Il significato è proprio all’interno del termine “diversamente”, dove per me il diverso è il nuovo, è lo scoprire, è colui che si discosta dalla normalità e che quindi va oltre i limiti. Ecco per me essere diversamente abile significa scoperta di nuove capacità e riuscire a superare i limiti. Come disse Einstein, la struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso.

Com’è entrato lo sport nella tua vita?

E’ stato grazie a mio fratello maggiore. Non appena compì 18 anni lasciò la società sportiva di canottaggio per entrare a far parte di un gruppo sportivo militare. Io decisi di andare e provare questo sport proprio lì, nel posto dove, un tempo si allenava lui, ovvero dal Circolo Nautico di Castellammare di Stabia. Più tardi, mi seguì anche mio fratello minore.

Ancora nel 2012 fu mio fratello maggiore, Enzo, che mi fece conoscere ed avvicinare al mondo del Para-rowing, all’epoca Adaptive Rowing, e quella conoscenza mi portò a riprendere il canottaggio, sport che lasciai da ragazzo.

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Come (e se) cambia l’allenamento in vista di eventi sportivi così importanti? Ti alleni anche per tenere sotto controllo le emozioni?

Si, cambia da gara a gara. Diciamo che cambia la quantità e l’intensità, ovvero cala la prima ed aumenta la seconda.

Non mi alleno per controllare le emozioni, anzi, le lascio vivere ed espandere in me, facendomi anche travolgere. Guai a controllarle! Dico questo perché è inevitabile che qualcosa accada dentro. Per non parlare di cosa scatena l’adrenalina. Tuttavia, ciò che non manca mai di accompagnare queste emozioni è la fiducia nei tuoi compagni di barca, nei tuoi allenatori ma soprattutto in te stesso e in tutto quello che hai fatto per raggiungere quell’obiettivo. In modo inatteso e, diciamolo, magnifico, prima dell’evento tutto svanisce e tutte le emozioni si trasformano in energia positiva.

Mi ricordo che questo approccio, questo modo di fare, mi ha aiutato anche negli esami universitari. Infatti, poco prima di affrontare una prova importante, non ricordavo più nulla, eppure sapevo che alla prima domanda si sarebbe aperto il cassettino con la risposta esatta, perché credevo e avevo fiducia in quello che avevo fatto.

Quali gesti, scaramantici o propiziatori, fai prima di ogni gara?

Ripeto tutto quello che ho fatto negli allenamenti e nei giorni precedenti alla gara, così come non porto, o non indosso qualcosa di nuovo, perché dev’essere stato già instaurato un feeling tra quello che ho addosso, o con me, e la barca, tra l’oggetto e il “me” sulla barca. Infine, prima di partire per ogni gara al momento dello start mi ripeto: “Ecco Gianmario e Mattia, papà sta arrivando”.

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Qual è la tua fonte d’ispirazione nei momenti di maggiore difficoltà sportiva ed emotiva?

La fonte d’ispirazione è tutto quello che ho fatto prima. Rivedo tutto il cammino che mi sono lasciato alle spalle per arrivare fino a qui, tutti i limiti che ho superato e mi ritorna il buon umore.

Poi al di fuori di me c’è la barca di canottaggio, con la quale ho lo stesso rapporto di un paziente con il suo psicoterapeuta: la barca è il mio. Poi c’è mia moglie, una donna di “grande spessore” e di equilibrio, che è davvero molto importante per me.

Infine, questo te lo voglio dire, mi ispira molto vedere i gozzi e le reti dei pescatori appena rientrati sul molo dopo una battuta di pesca, mi dà una bella sensazione… ma questo lo tengo per me!

Qual è il tuo motto/citazione preferita?

Tra le tante: “La cura per ogni cosa è l’acqua salata. Sudore, lacrime, o il mare.” Karen Blixen

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