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COP 25, una nuova tappa del cambiamento

 By Eniday Staff

Le date da tenere a mente sono tre. La prima è il 14 giugno 1992. La seconda è l’11 dicembre 1997. La terza è il 12 dicembre 2015. Che cosa hanno in comune? Le risposte possono essere molteplici, dipende dalla prospettiva dalla quale si osservano. Per riassumerle potremmo dire che sono le date nelle quali si è acquisita una nuova consapevolezza sul pianeta in cui viviamo…

La Terra, questa entità fatta di materia inanimata, di microrganismi, di vegetali, di animali, di mammiferi e di umani, merita più cure di quelle che l’ultimo anello della catena, l’uomo, le ha finora dedicato. Date che marcano eventi, che hanno fatto discutere il mondo: i cambiamenti climatici. Il 14 giugno 1992, a Rio de Janeiro, si conclude il primo vero vertice della Terra, convocato dalle Nazioni Unite per avviare un dialogo sugli interventi da attuare per limitare l’impatto delle attività umane sugli equilibri del nostro pianeta e quali fossero gli interventi da attuare.  Al termine della conferenza, durata 11 giorni, è stata stilata la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta con l’acronimo UNFCCC. Un punto di partenza necessario per poter attivare, con il concorso di tutti i 165 paesi firmatari, una serie di politiche capaci di invertire la tendenza al surriscaldamento del pianeta, con tutte le conseguenze che ne possono derivare.

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Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente e lo sviluppo (UNCED) di Rio de Janeiro del 1992 (legal.un.org)

A indurre i cambiamenti climatici sono i cosiddetti gas climalteranti, tra i quali il più diffuso è l’anidride carbonica, presente in atmosfera perché generata anche da innumerevoli fenomeni naturali, ma anche da tutte le opere eseguite dall’uomo, che comportano un processo di combustione.

Imboccando la giusta strada

La centrale termoelettrica a carbone, le ciminiere di una nave, lo scappamento del motorino, il fornello della cucina a gas: con modalità in quantità diverse, tutto questo genera anidride carbonica e provocando un innalzamento della sua concentrazione, sufficiente a  determinare un primo minimo incremento innaturale delle temperature e contribuendo ad aumentarne la concentrazione naturale nell’aria, fino a interferire con i normali fenomeni della natura. Se l’atmosfera che ci avvolge fosse del tutto priva di anidride carbonica, la temperatura media della Terra sarebbe più bassa di oltre 30 gradi. Bisogna fermarsi, prima che i ghiacciai si sciolgano e i mari si innalzino. Torniamo a Rio. Mettere d’accordo 165 paesi, ciascuno dei quali porta con sé la propria storia e le proprie legittime necessità, può quasi sembrare un’impresa disperata. Ma non c’è altra strada. Tanto che, sulla via del mitigamento dei cambiamenti climatici, se si paragonano i progressi compiuti dal 1992 ad oggi, con quanto sarebbe stato necessario fare, otteniamo un bilancio piuttosto negativo. Tuttavia, se gli stessi progressi si mettono a confronto con quanto moltissimi paesi, pur firmatari dell’UNFCCC, hanno dichiarato e, effettivamente operato, negli ultimi anni del secolo scorso, qualche passo avanti è stato compiuto. Certamente, a muoversi in questa positiva direzione sono stati soprattutto i paesi europei, ma i loro sforzi, compresi, quelli compiuti dall’Italia e dalle proprie imprese, a cominciare da quelle nel settore dell’energia, hanno prodotto alcuni visibili risultati rendendosi più disponibili a contribuire ai cambiamenti che siamo tutti chiamati a realizzare. L’UNFCCC, come si è detto, era il primo passo di un percorso complesso. Ogni Paese aveva il preciso dovere di offrire il proprio contributo. Prendono così avvio le Conferenze delle Parti, in acronimo COP, convocate dalle Nazioni Unite ogni anno dal 1995, all’indomani dell’entrata in vigore della Convenzione, alla quale, inizialmente, non aderirono alcuni importanti paesi come Stati Uniti, Cina, India, Russia. Successivamente, la platea dei paesi che partecipano a diverso titolo e con diverse modalità di coinvolgimento agli sviluppi della convenzione, si è allargata fino a raggiungere gli attuali 197 membri. Le altre due date simboliche del percorso che finora è stato seguito sono relative alla COP 3 di Kyoto del 1997 e alla COP 21 di Parigi del 2015.

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Kyoto Protocol U.S. Vice Pres. Al Gore delivering the opening speech of the conference in Kyōto, Japan, that led to the Kyoto Protocol to the United Nations Framework Convention on Climate Change, December 1997 (Katsumi Kasahara/AP Images)

L’assenza degli US

La prima, costituisce il primo passo verso la definizione di obblighi specifici che i paesi firmatari hanno assunto per garantire la riduzione delle emissioni di gas climalteranti. Non è stata sottoscritta da tutti i paesi dell’UNFCCC e, ancora a oggi, gli impegni assunti nell’antica capitale imperiale giapponese riguardano paesi ai quali fanno capo soltanto un sesto delle emissioni globali di anidride carbonica. Diversamente è stato per la conferenza parigina, al termine della quale è stato fissato un chiaro e semplice obiettivo, condiviso dagli stessi paesi, (ad eccezione degli Stati Uniti, dopo il ritiro della firma da parte dell’amministrazione Trump). Un obiettivo di facile comprensione ma non altrettanto facile da conseguire: limitare l’incremento della temperatura media, ad oggi cresciuto di circa 0,7 gradi centigradi (tra 0,5 e 0,9 secondo le modalità di misura e di elaborazione dei dati), al massimo a 1,5 gradi. La comunità scientifica interpellata ha ritenuto che quel limite garantisca il contenimento degli effetti globali entro margini ancora gestibili, soprattutto in relazione ai mutamenti climatici a livello regionale ed all’innalzamento del livello dei mari. La strada, finora, si è però mostrata assai impervia. Secondo le stime dell’Intergovernmental Panel on Climate Change le azioni finora intraprese su scala globale non sono soddisfacenti e, di questo passo, alla fine del secolo, l’aumento della temperatura media potrebbe essere assai più elevato dei previsti 1,5 gradi, forse anche di 3,5 gradi. D’altronde, la rescissione degli Stati Uniti e la sostenuta crescita dell’attività economica in Asia, soprattutto in Cina e in India, che comporta un veloce incremento dell’offerta di energia, remano contro, mentre l’Europa si sforza di puntare avanti e di trascinare con sé il resto del mondo. Questa la sfida della COP 25 di Madrid che si tiene in questi giorni: muovere l’attenzione dei paesi più restii facendo qualche nuovo e incoraggiante passo verso la riduzione delle emissioni.

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