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L’ultimo Giorno

 By Eniday Staff

Chi non conosce Il Giorno non conosce l’Italia e il racconto della sua modernizzazione. Il glorioso quotidiano nacque per iniziativa di Cino Del Duca che il 27 settembre 1955 aveva costituito la Società Editrice Lombarda (SEL). Il modello di riferimento è il londinese Daily Express. Il giornale era diretto a tutti quei milanesi che non amavano il Corriere della Sera e soprattutto disdegnavano quel suo crisma di “ufficialità”. Per questo Il Giorno doveva sempre cercare di stupire ed essere alternativo, dissacrante. Alla fine degli anni Cinquanta la proprietà della testata passa allo stato e all’Eni e comincia la sua stagione eroica. Italo Pietra, chiamato alla guida, rimane al timone del quotidiano dal 1960 al 1971. La redazione si avvale di una serie di collaboratori fra i più prestigiosi del Paese: Arbasino, Bianciardi, Cederna, Emiliani, Citati, Eco, Pasolini, Cassola, Ottieri, Soldati. Il 14 gennaio 1962 un reportage da Vigevano di Giorgio Bocca sul boom economico diventa uno dei pezzi più citati del giornalismo italiano. E nel 1963 un giovane Alberto Arbasino intervista lo scrittore Carlo Emilio Gadda. Fu invece Gianni Brera a costruire la redazione sportiva mentre l’edizione mattutina del quotidiano usciva sempre arricchita con qualche supplemento, su tutti il “Giorno dei Ragazzi” per il quale Benito Jacovitti crea, tra i tanti, Coccobill. Insomma un giornale e giornalisti irripetibili. Moderni, autenticamente popolari. Eniday ha intervistato uno degli ultimi direttori dell’ex quotidiano del Cane a sei zampe, Paolo Liguori, che ha guidato la testata dall’agosto del 1992 fino a settembre 1993…

Nella foto di copertina: Enrico Mattei in visita alla tipografia de Il Giorno, 1961

Giorgio Bocca, Paolo Murialdi, Giampaolo Pansa, Tiziano Terzani, Gianni Brera, Morando Morandini, sono solo alcuni dei grandi nomi che hanno fatto la storia del giornalismo italiano e in particolare quella di una grande testata: Il Giorno, uno dei più importanti quotidiani italiani, fondato nel 1956 e di cui Eni è stato l’editore per quasi 40 anni.

Direttore, lei è stato al Giorno per quasi un anno e mezzo. Che tipo di giornale era all’epoca?

Era un quotidiano con una diffusione enorme in Lombardia. Aveva autonome redazioni locali in tutte le provincie lombarde ed era leader in alcune zone della provincia di Milano, di Sondrio e della Brianza. Allo stesso tempo però restava un importante quotidiano nazionale.

Come era strutturato il suo giornale?

La pagina più importante era la prima che però dava notizie differenti dagli altri giornali. Inoltre già all’epoca aveva alcune pagine a colori e un’ampia foliazione nazionale e locale che contribuiva a renderlo diverso dagli altri quotidiani.

Un giornale innovativo insomma.

Sì. Del resto sin dai tempi di Enrico Mattei, il Giorno è stato un giornale innovativo e completo. L’editore all’epoca mi chiese che si continuasse secondo quella tradizione. Anche perché l’Eni aveva intenzione di vendere il quotidiano, ma non di svenderlo.

Che taglio aveva il giornale?

Era un giornale garantista. Penso alle tante battaglie che abbiamo fatto mentre imperversava Mani Pulite. Erano anni difficili e nel periodo della mia direzione vi era stato anche il suicidio in carcere dell’allora presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Il nostro Paese stava affrontando un periodo davvero complicato.

Era un giornale che piaceva molto, vista la diffusione che aveva.

Pensi che anche il premier Renzi, come ha lui stesso dichiarato, si è formato leggendo quel Giorno.

La prima pagina del servizio pubblicato dal "Gatto Selvatico" sul successo editoriale de Il Giorno (2 febbraio 1963)

Quali erano le redazioni più importanti?

Tra le redazioni principali vi erano sicuramente quella romana, dove lavorava per esempio l’attuale Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, e quella economica, nella quale vi era un giovane Daniele Manca oggi al Corriere della Sera. Poi avevano ampio spazio le pagine culturali e lo sport grazie a due redazioni fortissime ed efficienti, che facevano pagine molto curate sulle quali io intervenivo pochissimo. Erano redazioni con una lunga tradizione che cominciava quasi dalla fondazione della testata. In quelle redazioni vi erano stati in passato giornalisti sportivi del calibro di Gianni Brera e di Gianni Clerici.

Che tipo di redazione era quella sportiva?

Era una redazione che i direttori precedenti sapevano fosse decisiva. Infatti hanno sempre fatto di tutto per avere una redazione molto qualificata.

E durante la sua direzione?

Pensi che quando sono arrivato io al Giorno c’era ancora Gian Maria Gazzaniga, un giornalista bravissimo e gran personaggio anche televisivo. Il capo della redazione era Franco Grigoletti e con lui vi erano massimi esperti di sport, non solo di calcio, come ad esempio Giulio Signori per il pugilato e Giorgio Reineri per l’atletica e lo sci. Senza dimenticare Franco Rossi, altro grosso nome del giornalismo sportivo. Accanto a questi grandi giornalisti vi erano poi alcuni giovani, che oggi sono a capo delle redazioni sportive di importanti quotidiani.

Una redazione di ottime penne.

Sì, e io ai giornalisti sportivi facevo scrivere anche commenti di costume, collocati in prima pagina in una specie di riquadro. Al Giorno ho infatti cambiato l’impaginazione mettendo in prima pagina un fotone centrale, che adesso la testata ancora ha, inserendo subito sotto un riquadro con commenti di costume sociale, un po’ come quelli che oggi scrive Massimo Gramellini su La Stampa. Questo perché, avendo le firme migliori del giornalismo sportivo italiano, ero sicuro che il pezzo sarebbe uscito magnificamente. E lei sa che un giornale si legge se è scritto bene. E poi era un piacere parlare con loro. Pensi che a volte dal mio ufficio scendevo al piano di sotto, dove vi era appunto la redazione sportiva, per farmi raccontare aneddoti e storie del primo Giorno. E loro mi raccontavano di quando al giornale c’erano Giorgio Bocca, Gianni Brera e tutte le grandi firme della generazione precedente alla mia.

Però!

Non dimentichiamo che Mattei fece grandi sforzi per avere un quotidiano nazionale importante pur di contrastare il Corriere della Sera che con Indro Montanelli faceva le inchieste contro l’industria pubblica e contro l’Eni.

E in che modo il Giorno contrastava il Corriere?

Alla testata di via Solferino il Giorno rispondeva con la sua grande firma dell’epoca: Giorgio Bocca, con le sue inchieste che raccontavano lo sfruttamento dei privati.

Erano anni gloriosi per il giornalismo italiano.

Sì, e devo dirle in tutta sincerità che le tracce di questo fasto passato, del giornale che fu di Mattei e di Italo Pietra, erano ancora presenti al Giorno quando arrivai io. In tutte le redazioni, anche nella redazione sportiva, per non parlare di quella della cultura, dove vi erano giornalisti di grande levatura.

Non si trattava di redazioni marginali…

Niente affatto. Per esempio la redazione cultura faceva un inserto del giovedì, Il Giorno dei ragazzi, che è stato per anni un grossissimo traino. Le racconto una storia: il disegnatore Benito Iacovitti era stato un’esclusiva de Il Giorno. Il famoso Cocco Bill per esempio era un fumetto che quelli della mia generazione hanno imparato a leggere sul quel giornale. Ed io quando ero direttore del quotidiano andai a trovare Iacovitti nella sua casa sull’Aurelia a Roma perché volevo rilanciare quell’inserto. Iacovitti mi ricevette e mi regalò alcune sue tavole disegnate a matita che io ancora conservo al Tgcom.

Aveva un buon rapporto con i giornalisti?

Assolutamente sì. Vi erano giornalisti ricchi di umanità. Ho vissuto un periodo che mi è piaciuto e servito tantissimo. Del resto è stata la mia prima esperienza come direttore di un grande quotidiano. E poi ho conosciuto il mondo dell’Eni e diversi suoi dirigenti. Un mondo importantissimo.

E anche Milano ebbe la sua metropolitana...

Lei divenne direttore a soli 43 anni. Oggi cosa consiglierebbe a un giovane giornalista chiamato per la prima volta alla direzione di un quotidiano?

Oggi è difficile che un giornalista giovane arrivi alla direzione di un quotidiano e se ci arriva è già smaliziato. Quello mio fu un caso, fu una stagione, un avvenimento irripetibile. In quegli anni ci fu uno scossone di regime in cui si infilarono una serie di giovani giornalisti, più o meno coetanei, quasi contemporaneamente. Arrivammo io al Giorno, Paolo Mieli al Corriere della Sera ed Ezio Mauro alla Stampa. E ancora prima Mieli era andato alla direzione della Stampa con Mauro vicedirettore. Tutto questo non era che l’effetto di uno scossone cominciato nella politica per poi trasferirsi nella società. Non a caso tutti e tre eravamo giornalisti politici. Gli editori si attrezzarono con gente giovane perché pensavano che ci volesse grande fatica e grande resistenza per dirigere i giornali in quei momenti.

Fu una scelta giusta secondo lei?

In quel periodo funzionò. Io feci al Giorno una cosa in un certo senso anticonformista riguardo Mani Pulite; Mieli impresse al Corriere un cambiamento molto forte, ampliando le tematiche sociali e di costume di cui il quotidiano di via Solferino fino a quel momento si era interessato poco e che comunque non avrebbe mai pubblicato in prima pagina; Mauro invece diede alla Stampa un forte taglio cronistico che quella testata fino ad allora aveva solo nelle cronache locali. Comunque ora non c’è più quel tipo di situazione. Nei giornali si sta ricostituendo una sorta di conformismo.

Ora però mi dica quale consiglio darebbe a un giovane direttore?

Sì, ma con una premessa: un direttore oggi non si sognasse di pensare che non c’entri nulla con la classe dirigente o con la politica di un paese, perché qualsiasi giornale è un referente della classe dirigente e di un ceto politico e di opinione. Quindi anche il direttore lo è. Detto ciò gli consiglierei di andare avanti con coraggio e con le proprie idee, senza stare a guardare troppo i meccanismi e gli equilibri delle redazioni. E’ fondamentale poi tenere sempre un rapporto molto franco e trasparente con l’editore, perché affermare che si ha solo un rapporto con il pubblico e non anche con l’editore significa raccontare solo delle barzellette. Ciò però non esclude il fatto che il rapporto con il pubblico esista e che un direttore debba conoscerlo perfettamente il pubblico.

Detto questo, era spaventato quando ha assunto l’incarico?

Macché, ero molto felice…!

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