Talks

La pietra che sognava la Luna

 By Eniday Staff

Immaginiamo una parola nuova: terrestroide. In pratica, sarebbe un oggetto minerale. Più precisamente, una pietra di origine terrestre. Basta prendere un sampietrino delle strade di Roma o un sasso lungo il ciglio di un torrente ed ecco il nostro terrestroide…

In giro per la Terra, ce ne saranno qualche migliaio di miliardi, forse anche di più. Niente di strano, dunque. A meno che il terrestroide in questione sia stato raccolto sulla Luna e che sia stato casualmente portato nei laboratori della NASA. Paradossale? Nient’affatto: è esattamente quello che è accaduto ad Alan Shepard il 6 febbraio 1971, quando, nel quadro delle attività previste con la missione Apollo 14, raccolse una piccola – e ormai divenuta celebre – collezione di pietre e sassi dal suolo lunare. Se Shepard fosse ancora al mondo (è deceduto nel 1998) si meraviglierebbe non poco di quello che hanno scoperto i ricercatori del Lunar and Planetary Institute di Houston: la più grossa delle pietre che l’astronauta raccolse – lunga una ventina di centimetri e del peso di quasi 9 chili – è risultata, infatti, incrostata di cristalli che sarebbero stati sintetizzati sulla Terra circa 4 miliardi di anni fa. Ciò li classificherebbe come il reperto minerale terrestre più antico finora rinvenuto.

minerale-terrestre-antico-luna
Il terrestroide raccolto da Alan Shepard durante la missione Apollo 14 (NASA)

Biglietto per la Luna

Secondo i geologi del Lunar and Planetary Insitute, le cose sarebbero andate così: quei cristalli avrebbero fatto parte di un piccolo sassolino che abitava innocentemente nel sottosuolo del nostro pianeta. Ma erano tempi molto turbolenti e passare la propria serena esistenza da piccolo sassolino nascosto da qualche parte non era cosa facile: un asteroide, infatti, avrebbe colpito la Terra con la violenza sufficiente a sparare il povero innocente sassolino oltre la stratosfera, con una velocità tale da fargli dimenticare la gravità terrestre e finire sulla Luna (che a quell’epoca distava dalla Terra tre volte meno di oggi). Successivamente, un secondo asteroide si sarebbe a sua volta schiantato sulla Luna, creando un grandissimo “mare” lunare, il Mare Imbrium, secondo per dimensioni soltanto al grande Oceanus Procellarum. In mezzo a quel cataclisma, il nostro sassolino terrestre sarebbe stato catapultato a 500 chilometri di distanza, proprio dove – qualche miliardo di anni dopo – sarebbe atterrato il modulo lunare dell’Apollo 14 e, durante questo brusco cambio di domicilio, sarebbe stato inglobato in una matrice minerale più grande, diventando così parte della grossa pietra portata a casa da Shepard.

minerale-terrestre-antico-luna
Il Mare Imbrium sulla Luna (NASA)

Uno scambio di “doni”

Uno scenario quasi fantascientifico. Eppure del tutto verosimile. All’epoca gli impatti degli asteroidi erano pane quotidiano, sia sulla Luna sia sulla Terra, tanto che fino a oggi sono stati identificati centinaia di meteoriti che sappiamo con certezza provenissero dalla stessa Luna o anche da Marte. Ed è dunque del tutto verosimile che si sia verificato il procedimento inverso, che un pezzetto della Terra sia finito sul suo satellite, ancor più se si tiene conto della relativamente ridotta distanza che li separava in quei tempi lontani. Del resto, quello di trovare nelle pietre raccolte dagli astronauti americani qualche traccia terrestre è un piccolo sogno nel cassetto di tutti i ricercatori che le hanno potute esaminare. Tanto che già nel 2012, finalmente, erano state identificate in quelle pietre tracce di minerali estranei alla Luna. Ma non venivano dalla Terra, bensì dagli asteroidi che si erano divertiti a giocare a bocce con il nostro candido satellite. Scavando nei dettagli, i ricercatori hanno però puntato la loro attenzione su un piccolo frammento – di nemmeno due grammi di peso – individuato nella struttura della grossa pietra portata in Terra da Shepard. E di minerali di questo tipo non se n’è potuto trovare in nessun altro campione minerale prelevato sulla Luna. Di analisi su quei materiali ne erano state fatte a centinaia, ma con le strumentazioni disponibili negli ultimi decenni del secolo scorso. Oggi, grazie alle sonde a ioni, che sparano un fascio di atomi contro il campione estraendo una manciata di atomi a loro volta ionizzati che possono essere così identificati e quantificati con uno spettrometro di massa, è diventato possibile mettere in evidenza dettagli altrimenti impercettibili. Grazie a questa procedura, è stato possibile identificare nei cristalli nascosti nella pietra lunare un piccolo eccesso di ioni di cerio: una dimostrazione che quel minerale era stato esposto in un ambiente ossidante e non può, quasi per definizione, essere il caso della Luna. Ma non basta: la concentrazione del titanio presente in traccia indica che per formare un cristallo di quella natura è necessaria una pressione molto elevata, che sulla Luna si presenta soltanto ad almeno 167 chilometri di profondità. Un po’ troppo perché – in una qualche maniera – quel cristallo finisse poi sulla superficie lunare. Mentre sulla Terra la gravità permette di raggiungere simili livelli di pressione a pochi chilometri dalla superficie: alla portata, dunque, dell’asteroide che molto tempo fa decise di giocare a bocce.

LEGGI ANCHE: Dalla terra alla luna di Francesca Murgolo

informazioni sull'autore
Eniday Staff