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Quo vadis, pietra?

 By Eniday Staff

Immaginiamo una superficie perfettamente piana, lunga più di 4 chilometri e larga al massimo un paio, situata a circa 1200 metri di altitudine. E che, a seconda della stagione, si può presentare in estate come il fondo di un lago essiccato, con le sue rughe, quei tagli che rimangono quando la fanghiglia perde tutta l’umidità, oppure ci appare in pieno inverno come una superficie limacciosa ed equivoca, quasi un velo d’acqua che ricopre un limo compatto. Intorno, delle alture rocciose. Nemmeno un filo d’erba, né a luglio, né a gennaio. Nessun vegetale, nessun animale, almeno di dimensioni tali da renderli visibili. Insomma, un deserto…

Si trova, infatti, ai limiti settentrionali di una vasta zona della California dal nome niente affatto invitante di Death Valley, Valle della Morte, uno dei parchi naturali più grandi del continente americano, lungo quasi 180 chilometri e largo in certi tratti più di 80, per una superficie di oltre 13 mila chilometri quadrati. Si tratta di un luogo non facilmente accessibile, non ospitale, ma che offre un paesaggio indubbiamente unico ed affascinante. Anche perché è probabilmente l’unico angolo del pianeta dove le pietre vanno a passeggio. Non massi enormi, ma nemmeno ciottoli: sono pietre di dieci o venti centimetri di lato, che possono pesare qualche chilogrammo, anche una ventina, in certi casi. Pietre che amano passeggiare sulla superficie semi fangosa della Racetrack Playa, come si chiama questo luogo davvero particolare. Nessuno le spinge, nessuno mette piede intorno ad esse. Sembrano levitare sulla superficie, eppure sono ben posate a terra. Un mistero intorno al quale si sono scervellati geologi, geofisici e vulcanologi. E che, forse, ha finalmente trovato una risposta. La colpa sarebbe di una strana alleanza tra vento e ghiaccio.

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Un'immagine della traccia lasciata dalla pietra dopo una "passeggiata"

Forze invisibili

Ma vediamo da vicino di che cosa si tratta. La Racetrack Playa è un lago temporaneo. Nessun fiume lo alimenta, sono le piogge invernali a regalargli un aspetto lacustre, ma che dura ben poco, finché il calore del giorno non fa evaporare il poco d’acqua rimasta e il fondo fangoso, fatto di una sabbia finissima, non ha assorbito il resto. Quando viene il periodo più caldo dell’anno, il lago rimane completamente asciutto e si possono così osservare i massi che amano andare a passeggio. Ma come è possibile? Forse i massi hanno un fondo molto liscio e il vento riesce a spostarli sul piano scivoloso di limo? È stato calcolato che in queste condizioni, per spostare un masso basterebbe imprimere una forza pari a 0,15 volte il suo peso. Esempio pratico: prendiamo un masso di 10 chilogrammi. Per spostarlo e lasciare la ben visibile scia del suo percorso, servirebbe una spinta orizzontale di 15 Newton. Il che, ammesso che il masso abbia delle facce laterali ben verticali, corrisponde a un vento da 35 metri al secondo, oltre 120 chilometri orari, che da quelle parti spira forse una volta ogni lustro, mentre le pietre camminano anche per centinaia di metri prima di quasi ogni nuova bella stagione.

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La curiosa vista delle scie lasciate dalle numerose pietre camminanti (plosone.org)

Contro ogni legge fisica

Un gruppo di geologi cechi ha avanzato negli anni scorsi una complessa teoria. Durante la notte e d’inverno la superficie del lago talvolta gela e, siccome la conducibilità termica della roccia è molto più elevata di quella dell’acqua, accadrebbe l’insolito fenomeno per cui il masso galleggerebbe su una piccola e riservata zattera di ghiaccio. Siccome il livello dell’acqua del lago varia in funzione degli apporti meteorologici, accadrebbe che i massi comincerebbero a galleggiare. Ma la legge di Archimede è inesorabile: per far galleggiare una pietra di 15 centimetri di lato per una decina di chilogrammi di peso servirebbe un lastra di ghiaccio spessa almeno 4 centimetri e, soprattutto, con una superficie di parecchie centinaia di metri quadrati. Niente da fare, non è la spiegazione giusta, anche perché il percorso compiuto dalle pietre non è mai regolare né sono paralleli tra di loro: talvolta divergono, curavano l’uno in rapporto all’altro, sembrano seguire un loro disegno innato che non troverebbe coerenza con l’andamento dei venti e ancora meno con le fluttuazioni del livello dell’acqua sulla superficie limacciosa.

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I ricercatori cercano di spiegare il mistero analizzando il terreno (NASA, GSFC, LPSA intern, Leva McIntire)

La soluzione (forse, perché non è stata del tutto confortata dalle osservazioni) l’avrebbe trovata un gruppo di geologi americani che hanno anzitutto osservato come i movimenti delle pietre si verificano quasi sempre durante giornate chiare e soleggiate che seguono nottate molto fredde, durante le quali la temperatura scende al di sotto dello zero. A mezzogiorno il calore ed il vento spezzano così la sottilissima lamina di ghiaccio che si è formata durante la notte. E sarebbero dunque queste lastre di ghiaccio spesse pochi millimetri a permettere, grazie alla loro notevole superficie e al vento di muovere i massi, facendoli incrociare e allontanare, anche facendoli sospingere l’uno contro l’altro. Trovando così anche una spiegazione all’affascinante disegno delle scie lasciate nel fango, che sembrano frutto di un movimento sincronico: le pietre sono sospinte, infatti, da un unico sistema di lamine di ghiaccio e questo permetterebbe di vedere fino anche a molte decine di massi andare a passeggio tutti mano nella mano.

Immagine cover di: Scott Beckner, Flickr

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