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Un mare di biodiversità

 By Massimo Borraccetti

Cosa succede quando una piattaforma offshore finisce il proprio ciclo di vita e diventa inattiva? Il viaggio che deve compiere per essere “rottamata” è lungo, richiede ingenti risorse e rappresenta anche un rischio ambientale in caso di imprevisti. Ma c’è un’alternativa che porta il nome del Dio del mare nella mitologia greca: così da piattaforme offshore inutilizzate possono trasformarsi in stazioni scientifiche interconnesse ad alto contenuto tecnologico per lo studio dell’ambiente marino…

Spostare una piattaforma che ha esaurito tutto il proprio potenziale è esattamente come sembra: un’operazione colossale, tanto quanto i colossi che sono in gioco. Ma nonostante la massima cura, l’attenzione e la perizia ingegneristica, un imprevisto come la peggior tempesta estiva degli ultimi anni nell’Atlantico può diventare un problema insormontabile quando si stanno spostando 17.000 tonnellate.

Come nel caso della storia della Transocean Winner: nella notte del 7 agosto 2017 una tempesta ha fatto sì che il cavo da rimorchio del vessel Forward, che stava trasportando la piattaforma petrolifera allo smantellamento, si rompesse, finendo così il proprio viaggio contro le coste dell’arcipelago scozzese Outer Hebrides.
Ma l’evento che ha coinvolto la Transocean Winner va ricondotto a un momento importante di un processo più ampio e complesso, tant’è che solo nel corso del 2015 sono state sganciate più di 40 piattaforme durante la fase di trasporto verso la demolizione.

La Transocean Winner trasportata dalle correnti sulle spiagge della Scozia (UK Maritime and Coastguard Agency)

Questa storia è un esempio di come il “fine vita” di una piattaforma petrolifera sia una questione ancora aperta nel mondo dell’Oil&Gas, su cui però si stanno affacciando delle soluzioni innovative. Il Progetto Poseidon è una di queste.

Cosa fa quindi un importante player come Eni in merito? Con il progetto Poseidon, le piattaforme offshore a fine vita diventano parchi per studiare da vicino la biodiversità con tecniche innovative.
Poseidon sarà il primo progetto di parco marino in Europa a riutilizzare, a scopo scientifico e pubblico, le strutture offshore non più produttive: il primo per l’alto contenuto tecnologico, la dislocazione e la grande capillarità di ricezione e trasmissione dei dati ambientali marini. Per poter conoscere meglio questo ambizioso progetto, ho avuto la possibilità di intervistare il responsabile del progetto, Paolo Carnevale (Eni IPC Integrated Professional Cleaning).
Da piattaforma offshore a parco scientifico: come nasce l’idea del progetto Poseidon?
L’ispirazione è nata da una visita di routine in piattaforma. Già durante il viaggio di avvicinamento la nostra attenzione è stata catturata da un branco di delfini che ci inseguivano giocando nella scia dei motori. Nel prosieguo della giornata ci siamo accorti di quanto il mare attorno fosse pieno di vita: pesci che nuotavano liberamente fra le gambe del jacket e tartarughe che facevano capolino dalle profondità del mare. Da qui l’idea di promuovere la «riconversione piattaforme off-shore» al fine di valorizzare strutture destinate ad essere demolite e dotarle di una nuova vita. In questo contesto il Distretto Centro Settentrionale ha promosso il progetto Poseidon finalizzato a tutelare la biodiversità marina trasformando piattaforme offshore non più produttive in un vero e proprio parco scientifico.

Quanto è importante oggi la tutela della biodiversità marina e cosa significa per un’energy company come Eni?
È una legge dell’ecologia che un ecosistema molto biodiverso sia più resiliente e stabile di altri poveri e che sia in grado di mantenere nel tempo il numero di specie animali e vegetali presenti e di fungere da “serbatoio” per le stesse specie. L’impegno di Eni sulla Biodiversità e Servizi Ecosistemici (BES) è parte integrante della politica di sostenibilità aziendale. In accordo con tale policy, Eni opera secondo le migliori pratiche internazionalmente riconosciute per garantire la tutela della biodiversità e dei servizi ecosistemici, dalle prime fasi esplorative fino al termine del ciclo progettuale. Diversi studi rivelano che le piattaforme hanno consentito un ripopolamento del mare nell’intorno delle stesse, in quanto le infrastrutture sommerse delle piattaforme hanno favorito la creazione nel tempo di un habitat ideale per la fauna ittica e ospitano un’importante concentrazione di organismi marini, che si aggiungono alla varietà di specie molto ampia e diversificata presente nei fondali sabbiosi dell’Adriatico.
Eni nel 2016 ha conseguito l’obiettivo di incrementare del 20% il numero dei siti prioritari in cui sono definiti piani di azione per la biodiversità, al fine di mitigare i potenziali impatti associati alle attività. Attualmente sono in corso attività relative alla tematica BES in: Italia, Mozambico, Ecuador, Repubblica del Congo, Ghana, Kazakhstan, Egitto e Stati Uniti.

Le infrastrutture sommerse ospitano un’importante concentrazione di organismi marini

Uno dei punti chiave del progetto è la propria replicabilità: quali sono le prospettive future e i prossimi passi da compiere?
Maggiore è il numero delle strutture interconnesse, maggiore sarà la potenzialità complessiva del progetto. Potendo contare in un futuro su più punti di monitoraggio ambientale con tecnologie diversificate, si renderanno disponibili un enorme quantità di dati meteo ambientali in tempo reale. La raccolta dei dati permetterà la creazione di un database utile alla definizione di scelte progettuali che mirino all’integrazione delle strutture produttive nella vita marina circostante.

Quanto si sta rivelando degno di nota lo scambio di expertise reso possibile dalla collaborazione tra Eni, il CNR, l’ISMAR e la Fondazione CETACEA?
Le collaborazioni con CNR e ISMAR sono sempre state presenti in Eni, così come con le Università. Gli scambi di expertise sono fondamentali essendo l’upstream un’attività che si “inserisce” nell’ambiente e ha necessità delle banche dati e degli studi svolti dagli Enti di Ricerca nonché delle professionalità di esperti ambientali per progettare e monitorare con le migliori tecnologie.

EFOS, EBI e CTC: tre acronimi per tre diverse fasi, tutte ugualmente importanti. Può spiegarle nel dettaglio?
Poseidon si articola in sottoprogetti distinti, ma collegati tra loro:
Eni Free Wave Over the Sea (EFOS), avviato nel dicembre del 2016, ha dotato le piattaforme interessate dal progetto di una serie di apparecchiature radio, per fornire un servizio pubblico di comunicazione radio marittima basato sulle moderne tecnologie wireless a microonde.

Evaluation Biomass Increment (EBI) serve a osservare e studiare la biomassa mobile (pesci, tartarughe e cetacei) che popola il mare Adriatico e trova il suo habitat sotto le piattaforme Eni. Per i dati raccolti entrerà in gioco anche EFOS, che invierà i segnali elaborati ai ricercatori a terra e alle altre piattaforme connesse. La ricerca potrà essere completata con le immagini provenienti dalle telecamere subacquee installate nella porzione di mare prevista per il parco scientifico marino.

Controlled Tracking Cetacean (CTC) consiste nell’impiegare le piattaforme munite del sistema EFOS e EBI per il monitoraggio delle migrazioni di cetacei e tartarughe, animali con abitudini “sfuggenti” che rendono molto difficile studiarli nel loro habitat. La fase CTC prevede l’applicazione di data-loggers, ovvero microchip con memoria, sugli esemplari. Con i dati raccolti, grazie a questa tecnologia, si potrà finalmente tracciare un quadro scientifico completo del ciclo vitale degli animali e ricavare informazioni utili come indicatori della salute del mare.

Ecco quindi il Progetto Poseidon, in tutta la propria ambiziosa semplicità. Il racconto di Paolo, oltre che della innovazione tecnologica e della tutela dell’ambiente, parla anche della diversità di Eni: pensare in modo nuovo a delle infrastrutture, ormai destinate alla demolizione, può portare a risultati straordinari. Con soluzioni innovative, rispettose dell’ambiente e attente alla biodiversità si può far sì che questi castelli nel mare continuino a essere importanti anche dopo aver esaurito il proprio compito primario e diventare una casa per una nuova vita.

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Massimo Borraccetti
Vive tra una serie tv e un buon libro. Comunicazione digital e di tecnologia sono il suo pane quotidiano