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Una mano al Sole

 By Eniday Staff

Si potrebbe partire da un paradosso, che, in ultima analisi, non è poi così davvero tale. Fatta salva l’energia atomica e quella termica contenuta nel nocciolo del nostro pianeta, tutta l’energia che utilizziamo la dobbiamo al Sole…

Sì – a parte il nucleare e il geotermoelettrico – ogni volta che accendiamo la luce o mettiamo in moto il motore della nostra vettura, stiamo utilizzando una certa quantità di energia solare che, in modalità e con tempi diversissimi, si è resa disponibile per i nostri usi finali. A fare la differenza, dunque, non è l’origine primaria, ma la storia di quell’energia. Prendiamo alcuni casi estremi e, proprio per questo, molto eloquenti. Il primo caso: attraverso un pannello termico installato sul tetto di casa, produciamo energia termica, ovvero, grazie all’irraggiamento solare, riscaldo l’acqua per i servizi sanitari. Si tratta di un processo piuttosto veloce: dal Sole alla Terra, i fotoni impiegano 8 minuti e 19 secondi, poi ci vogliono alcune ore perché l’acqua si riscaldi. Facciamo un caso ancora più veloce: il pannello fotovoltaico sul tetto di casa (in Italia ne abbiamo installati più di 600 mila) reagisce molto velocemente all’irraggiamento e produce quasi istantaneamente energia elettrica. Tempo di produzione: nemmeno 9 minuti. Facciamo adesso qualche esempio opposto. Nel mondo, il 38% circa dell’energia elettrica viene prodotta bruciando carbone. Cosa c’entra il Sole? Il carbone proviene da foreste rimaste intrappolate sotto strati geologici molto antichi dove, in condizioni di elevata temperatura e pressione, si è verificata la trasformazione. Sempre grazie al Sole, dunque, ma con un lasso temporale compreso tra 280 e 345 milioni di anni.

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La produzione mondiale di energia elettrica è ancora dominata dall'utilizzo del carbone con una percentuale pari al 38%

Verso nuovi traguardi

Un altro caso riguarda il petrolio: la sua origine è ancora oggi oggetto di ricerca, ma sappiamo che deriva da composti organici rimasti intrappolati in strati rocciosi che risalgono ad epoche lontane molte migliaia di anni, fino a qualche milione di anni. Anche qui il Sole gioca un ruolo importante, come motore primario, che con la sua energia ha determinato la formazione dei composti che contengono carbonio.
A fare la differenza è il tempo. Ma anche qualcos’altro: l’anidride carbonica. Perché – come sappiamo ormai tutti – la combustione dei combustibili fossili determina l’emissione in atmosfera di CO2, il principale imputato dei cambiamenti climatici globali. Se generiamo energia elettrica con un pannello fotovoltaico o con una pala eolica (anche in questo caso, infatti, il motore primario è il Sole) emetteremo soltanto l’anidride carbonica implicata nella produzione e nel trasporto dei nostri pannelli o dell’aerogeneratore. E se produco energia elettrica o termica bruciando carbone, emetteremo anidride carbonica che le piante del mondo intero non faranno mai in tempo a riassorbire e che, dunque, provocherà un crescente riscaldamento del pianeta.
Ma non ci si può affidare soltanto al Sole e al vento. Servono anche altre modalità di produzione di energia per gli usi finali. E per questo assume sempre maggiore interesse il ricorso alle biomasse che, dal punto di vista dei tempi necessari alla loro messa disposizione, si trovano in un punto intermedio tra i tempi brevissimi del fotovoltaico e le ere geologiche del carbone (ma molto più vicine al primo che al secondo). Coltivare piante da utilizzare come combustibile, sfruttare la decomposizione di materiali di scarto vegetali o animali per produrre olio combustibile o gas, sono modalità ormai consolidate per ridurre le emissioni di anidride carbonica e avviare virtuosi processi di circolarità nei processi di produzione e di utilizzazione delle risorse, comprese quelle che ci servono quotidianamente per vivere: gli alimenti.

L’importanza del colore verde

Eni ha avviato un grande piano di investimenti proprio in questa direzione, con l’obiettivo di sviluppare la filiera dei biocarburanti. Il green diesel viene prodotto attraverso il trattamento chimico-biologico di colture dedicate come l’olio di palma (i cosiddetti biocarburanti di prima generazione) oppure da scarti urbani e dell’industria alimentare o da residui delle attività agricole e forestali (biocarburanti di seconda generazione). O ancora, da colture dedicate – ma non in competizione con la produzione agricola a fini alimentari come le alghe – o l’uso dei terreni marginali altrimenti inutilizzati (terza generazione di carburanti verdi). Secondo le normative europee il gasolio deve essere costituito per almeno il 7% da diesel ottenuto da fonti rinnovabili. Ed Eni propone anche il Diesel+, che presenta una quota pari al 15% di green diesel.

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Il primo impianto pilota continuo basato sulla tecnologia Waste to Fuel a Gela

Il green diesel viene prodotto a partire dalle piante o dagli erbivori che le hanno mangiate. Le piante, crescendo, hanno usato come materiale da costruzione (per realizzare il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti e i semi) proprio il carbonio dalla CO2 estratte grazie all’energia fornita dal Sole. Il carbonio che esce dal tubo di scappamento di una vettura alimentata con il green diesel è lo stesso che poco tempo prima era stato sottratto all’atmosfera dalle piante. Certamente, l’uso dei combustibili rinnovabili produce la stessa quantità di CO2 che deriva dall’uso dei combustibili fossili, ma c’è una non piccola differenza: quell’anidride carbonica era stata sottratta all’atmosfera dalle piante pochi mesi o anni prima e non era confinata sotto terra da decine o centinaia di milioni di anni.

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