Talks

Il (Bel) Paese dei vulcani

 By Alessandra Pierro

Con l’eruzione straordinaria dello Stromboli, l’allarme vulcani è tornato di recente alla ribalta della cronaca. Eppure, per questo vulcano che affonda in profondità nel Mar Tirreno per 2400 metri (circa il 95% della sua superficie), i periodi di totale inattività sono piuttosto rari; attivo da ben due millenni, è considerato fin dall’antichità il Faro del Mediterraneo…

Stromboli continua a rimanere celebre in tutto il mondo per le sue peculiarità, tali da rientrare sotto la specifica denominazione di attività stromboliana: a brevi eruzioni registrate circa ogni ora si alternano moderate esplosioni in cui le colate di lava scendono verso il mare illuminando di bagliori incandescenti il ripido pendio con la Sciara del Fuoco, spettacolo che rimane negli occhi di chiunque ne sia stato spettatore. Nonostante il suo carattere irritabile, la convivenza con i pochi abitanti dell’isola sembra tutto sommato collaudata: per gli autoctoni è Iddu (in dialetto siciliano “Lui”), un appellativo che denota una sorta di timore reverenziale unito tuttavia a un certo grado di familiarità.
In questo vulcano a condotto aperto la lava, fluida, tende a ristagnare nel cratere e le brevi esplosioni intermittenti sono provocate dagli accumuli di gas che possono aumentare nelle fasi di inerzia, durante le quali il cratere rischia di ostruirsi; di conseguenza, la ripresa dell’attività può manifestarsi con esplosioni più violente che possono provocare collassi del costone del cratere e perfino tsunamicome quello del 2002. Nel caso dell’episodio registrato a luglio si parla invece di parossismo, un evento eruttivo non comune, caratterizzato da esplosioni improvvise ed espulsioni di lapilli, cenere e bombe vulcaniche che, come in questo caso, possono causare vittime.

stromboli-vulcani-italia
Vista notturna dalla cima del vulcano Stromboli in area attiva (kuhnmi, Flickr)

Un paese vulcanico

Episodi come questo ‒ uno dei più violenti registrati negli ultimi anni ‒ raccontano quanto sia importante stare in guardia rispetto al rischio vulcanico, tanto più in un paese come l’Italia che, insieme all’Islanda, presenta la maggiore concentrazione di vulcani attivi in Europa. Insieme allo Stromboli, l’Etna (tornato in eruzione a maggio scorso) è l’unico vulcano caratterizzato da un’attività persistente; le sue eruzioni di tipo effusivo possono tuttavia essere facilmente anticipate per la lentezza del movimento e rivelano quindi un basso livello di pericolosità.
Ci sono poi vulcani estinti (pur essendo difficile poterli considerare tali con certezza), come Salina e Vulture, la cui ultima eruzione risale a oltre 10.000 anni fa, e quelli sottomarini, nelle profondità del Canale di Sicilia e del Mar Tirreno, con una catena di 15 vulcani sommersi, di cui 7 scoperti di recente. A questi si aggiungono poi vulcani attivi quiescenti che, pur se inerti da tempo e a condotto ostruito, non hanno esaurito il serbatoio magmatico e potrebbero tornare in attività da un momento all’altro, come il complesso di Colli Albani, Vulcano, Lipari, Pantelleria, Ischia. Fra questi, un discorso a parte meriterebbero Vesuvio e Campi Flegrei che, da est a ovest, assediano la provincia di Napoli rendendola l’area di massima esposizione al rischio, sia in Italia che in Europa.

stromboli-vulcani-italia
Fumarole della Solfatara di Pozzuoli nei Campi Flegrei (Robert Nagel, Wikimedia)

Se il Vesuvio è uno dei vulcani più studiati e più temuti al mondo, non sembra da meno il complesso dei Campi Flegrei. Qui l’ultima eruzione risale al 1538, ma si riscontra un’attività persistente della caldera che, insieme agli episodi di bradisismo, desta preoccupazione: durante un’eventuale eruzione le bocche vulcaniche potrebbero aprirsi ovunque e scatenare una violenta esplosione.

Il vulcanesimo nel Mediterraneo

La genesi di gran parte di questi vulcani del bacino tirrenico è legata alla complessa geodinamica del Mediterraneo che, attraverso un processo risalente a circa 10 milioni di anni fa, ha portato alla progressiva collisione tra la placca africana e quella eurasiatica che, secondo la teoria della tettonica delle placche, su cui gran parte della comunità scientifica concorda, ha compresso il territorio del Mediterraneo fratturandone la crosta.

stromboli-vulcani-italia
La struttura a placche della crosta terrestre (fradeve11, Wikimedia)

C’è poi un recente studio dell’Università di Ginevra pubblicato su “Nature Geoscience”, che dimostrerebbe perfino l’impatto del cambiamento climatico sull’attività vulcanica. Analizzando i depositi di sale e minerali sui fondali del Mediterraneo, risalenti a 5-6 milioni di anni fa, i ricercatori sono risaliti a un incremento dell’attività vulcanica, riscontrando 13 grandi eruzioni (a fronte di una media di circa 4,5) nelle aree attualmente corrispondenti a Italia, Egeo, Spagna, Marocco, Turchia e Siria.
Dalle simulazioni svolte sembra che il fattore scatenante sia l’abbassamento del livello del mare verificatosi in questo periodo (noto come crisi di salinità del Messiniano). In seguito a uno sconvolgimento climatico su cui si continuano a fare ipotesi, il Mediterraneo si trasformò in un mare chiuso e subì un tasso di evaporazione che lo espose quasi al rischio prosciugamento. Questo rapido abbassamento del suo livello (di circa 2 Km) sembra quindi aver provocato una decompressione del mantello terrestre e la conseguente fuoriuscita di magma attraverso le eruzioni vulcaniche.

Dal mito alla storia

La presenza dei vulcani nell’area mediterranea si rivela congenita al punto che nelle reminiscenze di antiche eruzioni sembra affiorare l’origine di molti miti: la distruzione di Atlantide (menzionata da Platone), ad esempio, coinciderebbe verosimilmente con l’eruzione minoica, evento dalla portata catastrofica che molte fonti datano intorno al 1600 a.C. In tutte le culture mediterranee dell’antichità si riscontrano inoltre diversi riti riconducibili al culto primordiale del fuoco sotterraneo e, a partire dagli Etruschi, l’etimo Volkanus attraversa la cultura greca e romana per designare rispettivamente Efesto o Vulcano, fabbro di Zeus e incarnazione dell’energia creatrice dei vulcani. Sembra poi che molti naviganti dell’antichità in viaggio nel Mediterraneo, furono suggestionati alla vista di quei crateri incandescenti al punto da scambiarli per giganti monocoli, i Ciclopi, che secondo Tucidide avrebbero abitato proprio alle pendici dell’Etna.
Se è sempre difficile competere col fascino dei miti, in materia di vulcani non mancano fonti storiche di pari carica suggestiva; è il caso delle lettere di Plinio il Giovane sull’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., che portò alla distruzione di intere città come Pompei ed Ercolano. Queste fonti danno un’idea della catastrofe che si protrasse per più di 24 ore: all’apertura del condotto vulcanico con violente esplosioni fece seguito un’immensa colonna di gas, ceneri e pomici (che secondo alcuni raggiunse un’altezza dai 26 ai 32 km). Nella notte, durante una fase di stasi apparente, in molti tornarono alle proprie abitazioni ma il mattino seguente si verificò il collasso completo della colonna eruttiva con la totale distruzione dell’area. Durante questa eruzione si stima che furono emessi circa 3-4 Km3 di magma a una velocità di circa 40.000 m3 al secondo. All’epoca il Vesuvio non era considerato un vulcano attivo e sulle sue pendici sorgevano diverse città; se da allora tutto è cambiato, oggi la minaccia che incombe silente sui comuni vesuviani sembra rimanere la stessa, con l’aggravante di una popolazione e un patrimonio edilizio cresciuti in modo esponenziale.

stromboli-vulcani-italia
I resti della città romana di Pompei testimoniano le proprietà distruttive dei vulcani

Prevenire è meglio che curare

Si tratta di una vulnerabilità che affligge gran parte dell’Italia, uno dei primi paesi al mondo per numero di abitanti esposti a rischio vulcanico e uno dei paesi mediterranei a maggiore rischio sismico. Rispetto ai terremoti le eruzioni vulcaniche sono più prevedibili ma non offrono le stesse possibilità di prevenzione: la Protezione civile, così, si occupa principalmente di mettere in campo misure volte a ridurre l’impatto. Per tutte le aree esposte al rischio di eruzione sono previsti piani d’emergenza con eventuali operazioni di evacuazione della popolazione. Se questa è spesso l’unica precauzione interamente efficace, può essere utile segnalare alcune azioni da intraprendere in caso di crisi, come quella di allontanarsi dalle zone crateriche e dalle colate di lava, per evitare il rischio di fenomeni esplosivi improvvisi o emissioni di gas. È bene poi tener presente che, nonostante le ceneri vulcaniche siano piuttosto innocue, l’esposizione prolungata alle ceneri sottili può provocare disturbi all’apparato respiratorio e, a contatto con gli occhi, causare congiuntiviti e abrasioni: è consigliabile quindi munirsi di mascherina o stare in casa con le finestre chiuse. Queste pratiche rientrano in uno scenario d’emergenza che, nella peggiore delle ipotesi, dovrebbe solo far seguito al costante monitoraggio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che permette di effettuare previsioni attendibili in tempo reale.

Immagine di copertina di: Mboesch, Wikimedia

LEGGI ANCHE: Vulcano buono di Robin Wylie

informazioni sull'autore
Alessandra Pierro