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L’enigma del mese rovente

 By Eniday Staff

Già non è facile distinguere, per i non addetti ai lavori, la differenza che c’è tra meteorologia e clima, tra i fenomeni di riscaldamento globale e le calde giornate invernali. Oppure capire come mai pioggia e umidità si ostinano a presentarsi quando ormai, calendario alla mano, sarebbe estate. Figuriamoci, poi, quanto sia difficile comprendere come e perché i fenomeni climatici si sovrappongono agli andamenti stagionali cui siamo tutti abituati, da una parte, e ai grandi mutamenti planetari, dall’altra…

Esattamente ciò che è accaduto in Italia nella primavera 2019, che ci è sembrata molto pigra e indolente, ma che – vista con gli occhi di chi misura le variazioni climatiche su scala globale – appare davvero sorprendente. Il mese di aprile, infatti, ha fatto registrare temperature medie particolarmente elevate, facendo segnare uno scarto di +1° rispetto alla media del periodo 1951-1980, piazzandosi così al secondo posto nella graduatoria dei mesi di aprile più caldi di tutta l’era che i climatologi usano chiamare “termometrica” (ovvero dal 1880, da quando, si registrano le temperature del globo in maniera abbastanza coerente da permettere un confronto tra le serie dei dati).

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Scarto della temperatura media del mese di aprile 2019 rispetto alla media misurata sul periodo 1951-1980 (NASA)

La febbre del pianeta

Ma di chi sarebbe la colpa? È quanto si domandano i ricercatori dei grandi centri di analisi climatica. Per tre anni consecutivi (2015, 2016 e 2017), il fenomeno di El Niño è stato ritenuto responsabile di un sensibile incremento delle temperature medie del pianeta, influenzate da quelle che si sono registrate nel Pacifico meridionale, dove appunto El Niño si manifesta periodicamente. Secondo i dati raccolti e pubblicati dalla NASA e dalla Columbia University di New York, il 2018 aveva fatto registrare una pausa, con temperature leggermente più moderate, facendo tornare la febbre del pianeta entro i margini della ormai abituale curva di incremento che si registra con relativa costanza da più di mezzo secolo. Gli scienziati ritenevano che nel 2019 il fenomeno si sarebbe ulteriormente attenuato, come è sempre accaduto dopo ogni periodo in cui El Niño ha visto un’impennata. Ma i primi mesi del 2019 sembrano indicare una tendenza assai differente, legato proprio all’evoluzione della situazione del Pacifico tropicale, così che l’incremento della temperatura sta subendo un ulteriore e inatteso aumento. Le analisi condotte dal Goddard Institute for Space Studies indicano, infatti, che l’abituale oscillazione dei fenomeni in quella parte del Pacifico risulta contraddetta: invece di un’alternanza Niño/Niña, di fasi di riscaldamento dell’interfaccia aria-oceano seguite da fasi di raffreddamento (dove entrambe hanno entità analoghe) saremmo in presenza di un Niño sensibilmente più intenso della sua normale compensazione.

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Carta delle anomalie di temperatura dell'Oceano Pacifico (°C) durante una condizione di El Niño a dicembre 1997 (NOAA)

Indagini in corso

Si apre dunque un interrogativo, al quale, per il momento, nessuno sembra essere in grado di rispondere: le lenta crescita della temperatura media del Pacifico tropicale – che si registra dagli anni Sessanta e che è una diretta conseguenza del riscaldamento globale del pianeta – sta forse provocando un mutamento del consueto regime di oscillazioni termiche che regna da secoli sull’Oceano? Oppure non c’è nessun legame causale ed è soltanto El Niño che si è messo a giocare con i nostri termometri? Alcune ricerche sembrano indicare come più probabile la prima alternativa, ma per emettere sentenze in un orizzonte così complesso serviranno altri dati e ulteriori approfondimenti. Un mese un po’ più caldo, insomma, non è detto che faccia primavera.

Immagine cover di: Maxime Raynal, Wikimedia

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