Technology

Blockchain a emissioni zero

 By Luca Longo

Abbiamo già parlato dell’allarme lanciato in due articoli pubblicati su Nature: secondo due differenti gruppi di ricerca, il consumo di energia necessario per produrre criptovalute – primi fra tutti i Bitcoin – provocherà a breve una catastrofe che renderà nullo l’impegno congiunto di tutte le nazioni firmatarie degli Accordi di Parigi per il contrasto del cambiamento climatico…

Possiamo salvarci?
Forse sì. Innanzi tutto, le proiezioni alla base di questi studi assumono che rimarrà inalterato il pacchetto di fonti energetiche impiegate dalle fabbriche di criptovalute. Queste hanno bisogno di un mare di energia per alimentare e raffreddare i supercomputer necessari per generare Bitcoin, Litecoin, Monero, Ethereum ed altre monete virtuali.
La maggior parte di queste sono state costruite proprio in Cina e in Medio Oriente, dove l’energia costa meno proprio perché viene prodotta da centrali a carbone.

Criptovalute a carbone

In Cina più di mille centrali termoelettriche a carbone hanno una potenza di picco complessiva di 1.000 GW (quasi la metà del totale mondiale). Nel corso della loro vita, queste centrali hanno prodotto 130 miliardi di tonnellate di CO2 al ritmo di 4,3 miliardi di tonnellate all’anno. E sono in costruzione altre centrali per nuovi 200 GW aggiuntivi. Sono? O forse sarebbero, perché l’amministrazione centrale ha fermato la costruzione di nuovi impianti in 15 regioni. E per tre buoni motivi. In questo momento le centrali disponibili non lavorano al massimo della loro potenza, la guerra commerciale in corso fra Stati Uniti e Cina ha di fatto bloccato l’importazione di carbone dagli USA, ma soprattutto sta nascendo una nuova sensibilità ambientale proprio in uno dei Paesi più inquinati del mondo.
Questa trasformazione energetica influenzerà il prezzo dell’energia e provocherà la migrazione delle fabbriche di criptovalute in altri Paesi. La loro ridistribuzione geografica potrebbe essere anche guidata da una legislazione più severa sulla produzione ed il commercio delle monete virtuali riducendo drasticamente il loro valore e di conseguenza anche il capitale accumulato sia dai grandi speculatori che dagli investitori più sprovveduti.

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L’energia a basso costo presenta un conto salato al popolo cinese (Reuters)

Blockchain sostenibile

Ma la tecnologia blockchain, che abbiamo descritto negli articoli precedenti, può essere utilizzata non per accelerare, ma proprio per contrastare il cambiamento climatico.
I registri degli scambi distribuiti, non falsificabili ed inalterabili che si trovano alla base di questo meccanismo, possono essere utilizzati per verificare le iniziative di mitigazione delle emissioni da parte di ciascun Paese firmatario degli accordi di Parigi. Ma anche le emissioni dei singoli impianti possono essere registrate e sottoposte al controllo di governi, associazioni ambientaliste e cittadini per monitorare il raggiungimento degli obiettivi fissati per ciascun soggetto.
Il gruppo di ricerca ONU che studia i finanziamenti innovativi per lo sviluppo con la blockchain sta valutando di usare questo modello digitale anche per altre applicazioni.
Nell’Unione Europea esiste già un sistema di commercio delle emissioni che impone alle industrie di acquistare un numero di crediti proporzionale all’anidride carbonica liberata in atmosfera. Il denaro necessario per acquistare i crediti serve sia per incentivare i grandi emettitori di CO2 a diminuire l’impatto delle loro attività, sia per finanziare opere di mitigazione pubblica come il recupero di suoli e la riforestazione.
Se questo approccio fosse accettato da tutte le nazioni che hanno firmato gli Accordi di Parigi, questi crediti “verdi” potrebbero essere scambiati fra i soggetti con il meccanismo infallibile e incorruttibile della blockchain. Ma gli esperti ONU sottolineano che se questi possono essere commerciati come una nuova valuta, non verrebbero scambiati solo fra le grandi industrie.

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Nell’Unione Europea esiste già un sistema di commercio delle emissioni che impone alle industrie di acquistare un numero di crediti proporzionale all’anidride carbonica liberata in atmosfera (Diliff, Wikimedia)

Produttori di energie rinnovabili e tecnologie che sottraggono anidride carbonica all’ambiente verrebbero premiati ricevendo quegli stessi crediti in proporzione ai loro risultati.
Anche investitori privati, gruppi ambientalisti o semplici speculatori acquisteranno questi buoni verdi sia per diminuire l’inquinamento che per guadagnare rivendendoli a chi deve acquistarli per compensare le proprie emissioni. Questo provocherà un aumento del prezzo da pagare per una certa quantità di emissioni e incentiverà tutti a sviluppare nuove tecnologie o nuovi metodi di lavoro per evitare il costo economico connesso con il loro impatto ambientale.
Gli stessi crediti digitali possono essere impiegati per incentivare i Paesi in via di sviluppo premiandoli in crediti per la realizzazione di industrie a basso impatto ambientale, progetti di mitigazione delle emissioni esistenti e sviluppo di energie rinnovabili.

Un “modello” russo

Fra tutte le organizzazioni che stanno progettando queste tecnologie, il gruppo russo Decentralized Autonomous Organization sembra più avanti ed ha già presentato alla Banca Mondiale un modello per l’inserimento negli Accordi di Parigi di meccanismi blockchain per monitorare gli inquinamenti, assegnare diritti all’emissione di una data quantità di CO2 in base al numero di crediti acquistati, regolare le transazioni e investire in progetti di mitigazione delle emissioni e di produzione di energie rinnovabili.
Alla fine, anche chi specula in criptovalute tradizionali, sarebbe incentivato a abbandonarle per acquistare crediti “green” fermando così la follia energetica alla base di Bitcoin e compagnia.

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informazioni sull'autore
Luca Longo
Chimico industriale specializzato in chimica teorica. Si occupa di calcolo scientifico da 30 anni. Lavora nella ricerca di nuove tecnologie per l’energia. In tutto quello che fa, ama andare fino in fondo.