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Bitcoin, fino alla fine

 By Luca Longo

Criptovalute: ecco come potrebbe finire la festa e cosa resterà…

(Immagine di copertina di Davidstankiewicz, Wikimedia)

Prima di tutto, se non sapete ancora cosa siano veramente i bitcoin e se non siete sicuri di aver capito come funziona il registro blockchain, potete diventare veri esperti in criptovalute leggendo questo articolo.

Tutto chiaro? Ok, proseguiamo.

Dopo la quotazione record di 19.343 $ (16.463 €) per bitcoin raggiunta il 16 dicembre 2017, il prezzo della prima e più famosa delle criptovalute ha cominciato a vacillare ed è crollato del 30%. In questo momento annaspa attorno ai 12.000 $. Le torte di Gabriella (se non sapete cosa siano, non avete letto il pezzo segnalato prima, ma fate ancora a tempo!) ora valgono attorno ai 10.000 € per bitcoin.
In questi giorni, accanto alle sempre più insistenti chiacchiere che invitano ad arricchirsi speculando sulle criptovalute, si sono aggiunti i timori che stia per accadere un disastro che porterà sul lastrico i possessori di bitcoin. Il problema è doppiamente grave perché, a differenza delle valute fisiche, le criptovalute non sono garantite da una banca centrale ma esistono solo nel mondo digitale e non possono nemmeno essere usate come carta da parati.
Cerchiamo di capire insieme quali sono i principali difetti delle criptovalute – in particolare dei bitcoin. Analizzandoli uno per uno potremo immaginare se, come e quando scoppierà la bolla.

Le Banche

Una valuta che si auto garantisce senza richiedere la presenza di banche centrali è naturalmente destinata a essere in concorrenza con queste ultime. Con l’affermarsi della moneta virtuale, le banche perdono i guadagni derivati dal cosiddetto signoraggio bancario: l’insieme degli interessi richiesti ai propri clienti che pesano su tutte le attività connesse coi flussi di moneta tradizionale. Per questo, le banche sono tentate di spingere i rispettivi governi a bandire le monete virtuali dal proprio territorio nazionale. I governi stessi possono avere interesse a bloccare o a controllare la circolazione di criptovalute per limitare la fuga di capitali verso l’estero, l’evasione fiscale, le attività illegali e in genere tutti gli scambi di denaro connessi con attività criminali.
Alcune nazioni li hanno proibiti del tutto: in Algeria, Marocco, Bolivia, Equador, Kirghizistan, Bangladesh e Nepal oggi le criptovalute sono illegali.
Il governo cinese, pur non avendone dichiarato l’illegalità, ha di fatto bandito la circolazione di monete virtuali sul proprio territorio proibendo alle istituzioni finanziarie di trattare valuta virtuale ed esercitando pressioni sui brokers. Questa mossa è stata condotta in parallelo a una campagna mediatica orchestrata per sottolineare i pericoli posti dalle criptovalute come strumento ideale per le transazioni illegali.
All’inizio del 2018, la Banca Nazionale Cinese ha annunciato che l’Ente Statale per gli Scambi con l’Estero sta muovendo all’attacco dei minatori di bitcoin presenti sul territorio nazionale per invitarli a una ritirata strategica al di fuori dei confini nazionali.
Ricordiamo che proprio in Cina si trovano oltre tre quarti delle fabbriche di bitcoin: giganteschi centri elaborazione dati dedicati alla costruzione di blocchi da aggiungere alle blockchain per accaparrarsi i relativi premi in nuovi bitcoin. Tutte queste miniere virtuali vengono costruite apposta in aree dove il costo dell’energia elettrica è il più basso possibile. In tutti i casi esistono degli accordi commerciali più o meno ufficiali con le autorità locali per garantire alle miniere un apporto continuo ed abbondante di energia. Energia tutt’altro che pulita perché la maggior parte viene prodotta da centrali termoelettriche a carbone.
Viceversa, molte nazioni, come il Giappone, hanno deciso di cavalcare la tigre e di adottare i bitcoin proprio per poterne controllare le transazioni. Il governo USA ne ha legalizzato la circolazione ma l’ha sottoposta a tassazione come avviene per qualsiasi altra valuta.
La Banca Centrale Europea ha classificato i bitcoin come moneta virtuale decentralizzata paragonabile alle altre valute. Il Parlamento Europeo e la Commissione Europea hanno presentato due proposte parallele con l’obiettivo comune di legalizzare l’uso di criptovalute ma al contempo di monitorare gli scambi e i portafogli virtuali per combattere l’evasione fiscale ed il terrorismo. In attesa di direttive europee, l’Italia non sottopone ad alcun controllo l’uso di bitcoin da parte di singoli individui.
È improbabile che tutti i governi del pianeta si accordino per dichiarare fuorilegge le criptovalute. Ma renderle illegali solo su qualche territorio e non su altri non farebbe altro che incentivare il mercato nero. La natura decentralizzata di questo denaro rende assolutamente trasparenti le frontiere nazionali. I cittadini di uno Stato dove le criptovalute sono illegali potrebbero continuare a trafficare semplicemente aggirando le regolazioni locali e collegandosi a reti telematiche poste all’estero.

I fattori economici

Secondo 51 economisti sui 53 recentemente intervistati dal Wall Street Journal, il prezzo attuale dei bitcoin è ancora insostenibile, pur essendo già crollato del 30% dal massimo raggiunto a fine 2017.
La maggior parte degli analisti è convinta che il valore di scambio dei bitcoin sia stato artificialmente gonfiato da investimenti speculativi mirati proprio a farne volare il prezzo creando – nei fatti – una bolla finanziaria pronta ad esplodere.
Non dimentichiamo che, mentre le valute tradizionali sono comunque garantite da corrispondenti riserve auree di banche e Stati, le criptovalute non sono garantite da alcun patrimonio fisico e, come abbiamo visto, non può esistere un organismo di controllo mondiale che ne regolamenti l’uso.

L’oro

I minatori (quelli veri), hanno estratto dalle miniere (quelle vere) ben 171,300 tonnellate di oro (quello vero) che ora si trova in superficie prevalentemente sotto forma di lingotti, gioielli e monete. Questo ammontare corrisponde a un valore che è oltre 50 volte superiore al valore di tutte le criptovalute misurato nel momento in cui hanno toccato il massimo storico a dicembre 2017.
Inoltre, si stima che le riserve mondiali di oro ancora da estrarre possano arrivare a 2,5 milioni di tonnellate. Queste riserve sarebbero equivalenti a più di 750 volte il valore delle criptovalute nel momento del loro massimo splendore.
In poche parole, la moneta virtuale ha ancora un bel po’ di cammino da percorrere prima di poter fare concorrenza all’oro come unità monetaria di scambio internazionale.

La concorrenza con le altre criptovalute

Come abbiamo visto nel precedente articolo, non solo i bitcoin usano l’algoritmo blockchain. L’Università di Humboldt ha stabilito un indice di mercato che sta diventando uno standard di riferimento per la capitalizzazione delle principali 75 criptovalute. Ma all’inizio 2018 sono state censite ben 1384 criptovalute con una capitalizzazione totale che si può trovare qui.
L’algoritmo blockchain è pubblico, per questo può facilmente essere clonato o modificato per generare una nuova criptovaluta. Per il momento bitcoin è in posizione dominante ma in linea di principio questa posizione potrebbe essere compromessa da altre criptovalute basate su algoritmi più performanti.
Non è escluso che un’istituzione bancaria, o magari un consorzio di banche, decida di muovere guerra alle altre criptovalute proprio creandone una simile che, in più, possa contare sulla garanzia offerta dalla banca o dal consorzio stesso.

La velocità

Ogni blocco contiene al massimo 1700 transazioni e, come abbiamo visto, viene generato ogni 10 minuti. Si parla quindi di sole 7 transazioni al secondo, che vanno confrontate alle transazioni gestibili dai circuiti di credito tradizionali che possono stare dietro a numerose migliaia di transazioni al secondo.
Per questo, ogni transazione in bitcoin richiede una decina di minuti o più per essere ultimata, un tempo che potrebbe risultare proibitivo per alcune transazioni rispetto ai pochi secondi necessari per saldare il conto con una carta di credito. Immaginatevi di dover effettuare un pagamento quando avete fretta, magari di acquistare il biglietto di un aereo o di un treno pochi minuti prima della partenza…

L’algoritmo

Nuovi bitcoin vengono creati ogni volta che un minatore riesce ad appendere un nuovo blocco alla blockchain. La velocità di produzione di un blocco è modificata ogni 2016 blocchi in modo da garantire che questa modifica possa avvenire una volta ogni due settimane, equivalenti alla produzione di un nuovo blocco ogni dieci minuti. Il numero di bitcoin generati per ciascun blocco è impostato per decrescere con una progressione geometrica. In pratica, ogni 210.000 nuovi blocchi il premio assegnato ai minatori che scopriranno i prossimi blocchi viene dimezzato. Questo significa che circa ogni 4 anni si ha un dimezzamento della contropartita – e quindi del futuro guadagno generato per ogni nuovo blocco – per tutti i minatori di bitcoin.
La combinazione di queste condizioni porta facilmente a calcolare che l’algoritmo non potrà mai generare più di 21 milioni di bitcoin. Questo è, infatti, il valore massimo possibile per il meccanismo di dimezzamento quadriennale. Per gli informatici pignoli, i numeri che utilizza l’algoritmo sono scritti dentro variabili intere delle dimensioni di 64 bit, quindi non si può rappresentare un numero più grande di quel tetto, precisamente pari a 20.999.999,9769 bitcoin esatti.
Il meccanismo di dimezzamento del premio è stato scelto per simulare l’andamento dell’estrazione di una risorsa limitata, proprio come l’oro o, se vogliamo, il petrolio. Chi è interessato, può approfondire la Curva di Hubbert qui.
Ad oggi sono stati estratti 17 milioni di bitcoin. Ne rimangono 4 milioni. Cosa succederà quando verrà raggiunto il fatidico limite e tutti i minatori si troveranno, di colpo, praticamente disoccupati? L’algoritmo bitcoin rende possibile ai minatori l’introduzione di spese di gestione per ogni transazione in criptovaluta. In pratica, i minatori possono guadagnare non solo col previsto premio in nuovi bitcoin ma anche imponendo delle spese di gestione ai clienti.
Dopo l’estrazione dell’ultimo bitcoin, le spese di gestione resteranno l’unica forma di reddito dei minatori. Ma queste spese non erano proprio uno dei motivi che rendevano odiose le banche? Si creerebbe il paradosso che una valuta nata proprio per eliminare il signoraggio bancario si reggerebbe solo sul signoraggio… minerario.

L’energia

Abbiamo detto che rimane da estrarre solo l’ultimo 20% dei bitcoin potenzialmente generabili dall’algoritmo, ed abbiamo visto che sarà quello più costoso da estrarre. Gli ultimi bitcoin saranno protetti da un puzzle crittografico più complesso e richiederanno calcoli più onerosi rispetto a quelli necessari in passato.
Ricordate che proprio qui avevamo scritto degli enormi centri di calcolo realizzati dai minatori di criptovalute e della spaventosa quantità di energia elettrica necessaria per farli funzionare a tutta velocità?
Da quando è stato pubblicato quell’articolo le cose sono peggiorate. E parecchio: di oltre il 20% in sole tre settimane!
Oggi questi centri di calcolo consumano 120 milioni di kWh ogni 24 ore. Su base annuale arriviamo ora a 43,74 TWh all’anno. Se tutte le fabbriche dei bitcoin fossero considerate una nazione, questa sarebbe al 54esimo posto al mondo per consumo di energia, prima di Singapore, Portogallo e Bangladesh e dopo Hong Kong, Iraq e Nuova Zelanda.
Un valore che corrisponde al 15% dell’intero fabbisogno di energia elettrica Italiano. Praticamente il consumo delle intere regioni Piemonte e Lazio messe insieme, oppure della coppia Emilia Romagna e Campania.

Concludendo

Prendendo come esempio i bitcoin, abbiamo visto quali sono i principali punti deboli delle criptovalute. È probabile che uno di questi – oppure il combinato disposto di alcuni fra quelli elencati – potrà essere causa del crollo di questa bolla speculativa.
Cosa resterà dopo? Così come la bolla dot-com esplosa nel 2001 non ha certo causato la morte di internet, è possibile che lo scoppio della bolla bitcoin non ne provochi la morte. Può darsi che, spazzate via le macerie, il bitcoin torni al ruolo che gli era stato assegnato dal misterioso creatore dell’algoritmo: un sistema di pagamento virtuale che non richiede la presenza di una banca centrale per garantirlo.
Nonostante tutti i dubbi raccolti qui, resta fuori discussione che i protocolli blockchain su cui si basano le criptovalute potranno avere un brillante futuro in tutte le applicazioni – comprese quelle non finanziarie – in cui sarà necessario garantire l’affidabilità di più partners senza poter contare su una autorità centrale riconosciuta da tutti i soggetti interessati. È probabile che il futuro di queste tecnologie stia soprattutto qui.

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informazioni sull'autore
Luca Longo
Chimico industriale specializzato in chimica teorica. Si occupa di calcolo scientifico da 30 anni. Lavora nella ricerca di nuove tecnologie per l’energia. In tutto quello che fa, ama andare fino in fondo.