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 By Alessandro Di Bacco
Economia circolare

Catalogare e indicizzare le risorse del World Wide Web, Google questo sa farlo piuttosto bene; dal 1997, anno in cui è stato registrato il suo dominio, l’azienda ha fatto passi da gigante. Infatti, oltre a essere il migliore motore di ricerca in circolazione, offre numerosi servizi online e, con il suo sistema operativo Android, è presente ovunque: smartphone, televisori e computer. Ma una grande azienda ha anche grandi responsabilità…

Non è semplice avere una visione completa di quanto molte delle abitudini radicate nella nostra vita quotidiana comportino un considerevole dispendio energetico, quante azioni e servizi che diamo per scontati contribuiscano al surriscaldamento del pianeta… a gettare sempre più ombra sul nostro futuro su quello del mondo.
L’economia globale necessita di un cambiamento radicale: abbandonare il modello lineare, che ha un inizio e una fine (‘take-make-dispose’), e che ci ha accompagnato fino ad oggi, ma basato sull’accessibilità di grandi quantità di risorse ed energia, sostanzialmente fondato sullo spreco; qualcosa che non possiamo più permetterci.
Siamo testimoni, dunque, di un momento cruciale della nostra economia e della nostra civiltà. È il momento di introdurre un nuovo modello economico, stiamo parlando dell’economia circolare naturalmente: un sistema in grado di auto-rigenerarsi e con l’obiettivo di cogliere ogni opportunità di limitare l’apporto di risorse utilizzate e di minimizzare scarti e perdite in tutte le fasi produttive – dalla progettazione, produzione, consumo, fino alla destinazione a fine vita.
In questo mondo, le grandi società hanno un ruolo cruciale e ognuna di esse, per contribuire alla riduzione di emissioni, deve essere cosciente di ogni suo processo produttivo e dell’impatto generale di ogni servizio che propone.

Google si sta preparando a questo cambiamento cominciando da alcuni dei suoi 14 data center sparsi per il mondo. Queste strutture alimentano prodotti come Search, Gmail e YouTube per miliardi di persone e, in collaborazione con la Ellen MacArthur Foundation (fondazione impegnata nella pianificazione di sistemi di energia circolare), sono state il primo soggetto di analisi in quanto molto “affamate” di risorse.
I data center ovviamente contengono molti server, dischi di memoria, router e altra componentistica che, a causa dell’utilizzo intensivo e dell’avanzamento tecnologico, hanno una vita relativamente breve.
È naturale dunque che qualsiasi iniziativa di efficientamento di queste risorse può garantire dei risultati notevoli. L’azienda di Mountain View, dunque, ha deciso di adottare varie strategie, tra le quali un piano per riutilizzare la componentistica hardware disassemblata e raggiungere l’indipendenza energetica tramite fonti rinnovabili.

Il ritorno dei server obsoleti

La filiera di rifornimento di Google consiste in componenti hardware che costituiscono i server stessi, e comprende: CPU, scheda madre, memorie flash, dischi rigidi, moduli di memoria e altri elementi. Poiché Google gestisce le operazioni di produzione e assemblaggio dei suoi server personalizzati, la stessa società è il fabbricante del prodotto (i server).
“Un solido processo di economia circolare comincia dalla fase di pianificazione” spiega Chris Adam, Supply Chain Manager di Google, “la sfida è quella di progettare prodotti e tecnologie tenendo sempre a mente il concetto di rigenerazione sin dall’inizio, senza mai sacrificarne le prestazioni”.

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I server Google all'interno dei data center (Connie Zhou, Google)

Negli ultimi anni, Google ha ottimizzato le performance dei data center e dell’hardware aumentando di 3,5 volte la potenza di calcolo mantenendo costante la quantità di energia utilizzata. Dal 2007 la società ha riconvertito una buona parte dei server ritenuti ormai obsoleti, evitando così di acquistare oltre 300.000 nuove macchine sostitutive.
Tutto questo è reso possibile tramite delle linee guida ben precise che abbracciano i principi dell’economia circolare; quindi, quando i server necessitano di riparazioni, le parti vengono sempre più spesso sostituite con altre ricondizionate prese da macchine obsolete. Nel 2016, il 36% dei server installati erano rigenerati e il 22% dei componenti utilizzati per l’aggiornamento gli stessi è stato recuperato da hardware ricondizionato. Questo esclusivamente grazie al nuovo approccio di progettazione che prevede sin dall’inizio del ciclo di vita del prodotto il futuro riutilizzo di tutti i componenti.
Il processo di ricondizionamento prevede varie fasi, che si differenziano ovviamente in base al componente: così, prima che qualsiasi disco rigido venga rimosso dalla rotazione, tutti i dati vengono sovrascritti, per passare poi ad una verifica completa del disco in modo tale da assicurarsi che non sia rimasta alcuna traccia dei dati precedenti. Dopodiché i server possono essere smontati in componenti separati (scheda madre, processore, dischi rigidi, ecc.), ispezionati e preparati per essere utilizzati come inventario. Le parti ricondizionate sono utilizzate per costruire server con prestazioni equivalenti a macchine nuove di zecca.

Per quanto riguarda i pezzi in eccesso, Google effettua valutazioni trimestrali per valutare quelli idonei per la rivendita sul mercato secondario. Oltre 2,1 milioni di unità sono state rivendute e riutilizzate in modo produttivo da altre organizzazioni in tutto il mondo.
Per i dischi rigidi che non possono essere rivenduti, Google ha progettato un processo di smantellamento in più fasi per garantire l’inaccessibilità dei dati memorizzati al loro interno. Dopo questa fase, i resti, insieme ad altri rifiuti elettronici, vengono inviati a un’azienda partner che si occupa di riciclo e messa in sicurezza.

Ok Google! E l’energia?

Il processo di transizione verso la sostenibilità del colosso di Mountain View non finisce qui: nel 2010 ha acquisito un parco eolico da 114 MW nell’Iowa e, nel 2016, ha siglato tre contratti che porteranno la capacità complessiva di tre impianti eolici ad oltre 3 GW raggiungendo una spesa totale di 2 miliardi e mezzo di Dollari. Google, ad ora, è il più grande acquirente di energia pulita al mondo, più del 30% dei suoi impianti è alimentato da rinnovabili ma ha annunciato voler raggiungere il 100% in tempi rapidi.
Big G naturalmente continuerà a seguire queste linee guida, stipulando contratti con altre società che forniscono energia rinnovabile nella stessa regione dove vengono costruiti i nuovi data center o altre importanti attività (energia a chilometro zero insomma).
Abbiamo parlato di Google, ma molte altre grandi aziende in tutto il mondo si stanno adoperando per affrontare il cambiamento climatico. Ma questi colossi da soli, per quanto in parte responsabili, non possono risolvere la questione, è un problema che riguarda tutti noi: dobbiamo cambiare le nostre abitudini per garantire un futuro migliore a noi stessi e alle prossime generazioni… così da poter lasciare loro la nostra “casa” nelle stesse condizioni (o meglio) di come l’hanno trovata i nostri ancestrali antenati.

Immagine cover di: Connie Zhou, Google

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Alessandro Di Bacco