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Il gigante gentile

 By Marilia Cioni

Come i bastimenti di un tempo, come i transatlantici dei film, come ogni nave che si rispetti – anche al varo della FPSO Kufuor in Ghana c’era una madrina e una bottiglia di spumante infranta sulla prua. Ma una FPSO – una Floating, Production, Storage and Offloading unit –  non è certo una nave qualunque, e il suo varo è all’altezza del destino che l’aspetta…

La FPSO Kufuor ha il nome di un presidente, John Agyekum Kufuor, il presidente del Ghana che ha dato nuovo slancio al settore delle esplorazioni e che nel 2001 ha assegnato la licenza del campo dove la nave andrà ad operare. La madrina è l’attuale first lady, Rebecca Akufo-Addo. La FPSO Kufuor è nata a Singapore dalla collaborazione tra Eni, Ghana National Petroleum Corporation, Vitol e Yinson in un tempo record: solo 24 mesi di cantiere, il miglior risultato per Eni e un benchmark per il settore. Da Singapore partirà per l’offshore del Ghana a produrre petrolio, ma soprattutto gas che alimenterà per almeno 15 anni le centrali elettriche locali: un contributo non da poco per lo sviluppo del paese.

Il presidente Kufuor ha un soprannome – the gentle giant, il gigante gentile – che calza a pennello anche alla FPSO. Lunga 333 metri e larga 58 (in pratica 3 campi da calcio uno accanto all’altro), pesa 69 mila tonnellate ma è progettata per minimizzare l’impatto ambientale. Parte del gas estratto dai giacimenti verrà utilizzato sulla nave stessa, che è indipendente dal punto di vista del fabbisogno energetico: tre enormi turbine garantiscono l’energia necessaria per dare elettricità a tutti i sistemi di bordo, e consentono il funzionamento delle pompe, dei compressori gas, dei sistemi di export e offloading che rendono la FPSO Kufuor un prodigioso e versatile mix tra petroliera e piattaforma.

La FPSO prende il nome dal presidente del Ghana, John Agyekum Kufuor

La complessità di questa nave è legata al doppio binario di produzione e trattamento di idrocarburi. Potrà trattare allo stesso tempo l’olio e il gas, che saranno da due giacimenti vicini ma diversi, separando il gas associato dal petrolio, ed eliminando ogni traccia di liquidi dal gas. A bordo avverranno solo trattamenti fisici – cambiamenti di stato, pressione, temperatura – per assicurare che sia il petrolio ed il gas siano trasportabili: il petrolio poi verrà scaricato su shuttle tankers, mentre il gas verrà esportato grazie ad un gasdotto sottomarino di 70km. Dall’impianto onshore di Sanzule, nella Western Region del Ghana, il gas verrà immesso in rete ed aumenterà in misura considerevole la disponibilità. “Per questo la Banca Mondiale ha definito il progetto top priority” spiega Umberto Carrara, EVP per l’Africa Sub-Sahariana di Eni. “La certezza di forniture di gas a lungo termine permetterà al Ghana di alimentare centrali termoelettriche che a loro volta ne accelereranno lo sviluppo industriale”. Una produzione più stabile di energia elettrica che significa standard di vita migliori per la popolazione e maggiori opportunità di crescita e sviluppo.

“Proprio due anni fa ero in Ghana per firmare il contratto di questa FPSO” ricorda Eirik Barclay, CEO di Yinson. “Quel giorno abbiamo promesso che avremmo completato i lavori di questa enorme FPSO in 24 mesi. Forse nemmeno noi pensavamo davvero di farcela in un tempo così breve.”

Per realizzarla, Eni ed i partner hanno seguito una strategia esecutiva particolare: “il refurbishment e i lavori strutturali sullo scafo, che sono attività labour-intensive, sono stati fatti in Cina” ci spiega Domenico Mezzina, FPSO work package manager di Eni. “Parallelamente abbiamo realizzato i moduli topside, cioè la parte nuova di impiantistica, in Vietnam e in Indonesia, e le strutture esterne di protezione in Ghana. Oltre a questo abbiamo turbine e compressori dall’Italia, catene di ormeggio dalla Norvegia, impianti di reiniezione dall’Inghilterra, altri materiali dalla Corea… Qui nei cantieri navali di Keppel a Singapore abbiamo integrato i diversi moduli e installato i tubi e i cavi di interconnessione.”

La FPSO Kufuor è nata dalla collaborazione tra Eni, Ghana National Petroleum Corporation, Vitol e Yinson

La scelta di lavorare in parallelo e non in sequenza comporta dei rischi: “è come una catena: puoi scegliere di avere tanti anelli su cui suddividere il lavoro, ottimizzando costi e tempi, ma così aumentano anche le incognite. Oppure puoi avere un unico anello, forse più semplice da controllare ma anche più a rischio sovraccarico”. La parte più delicata, infatti, è stata quella dell’integrazione, e qui le capacità manageriali, oltre che tecniche, sono state fondamentali.

Non solo la FPSO è stata completata in tempo: è stata realizzata in piena sicurezza: “ci sono voluti più di 17 milioni di ore-uomo per completare il progetto, e non c’è stato nemmeno un incidente sul lavoro di rilievo” sottolinea ancora Barclay. Un altro motivo di orgoglio se si pensa che un cantiere di queste dimensioni occupa migliaia di persone: “Ad agosto abbiamo raggiunto un picco di 3200 persone a bordo” ricorda Domenico, “e tutto il sudest asiatico, India, Bangladesh, Cambogia, Tailandia, Indonesia, Malesia, Filippine, era rappresentato nel cantiere” racconta Domenico. Per non parlare dello staff Eni: Kazakhstan, Venezuela, Egitto, Sudafrica, Irlanda, India, Filippine, Malesia. E ancora i malesi di Yinson, gli svizzeri e gli olandesi di Vitol, e i ghanesi della GNPC.

Da Singapore la FPSO Kufuor “andrà a casa”, per usare le parole di Umberto Carrara. Una casa in mezzo al mare, dove rimarrà per i prossimi 15, forse 20 anni.

“Prima di partire per il Ghana dobbiamo fare i test in mare aperto, in anchorage, per collaudare quei sistemi che devono avere determinate condizioni di pescaggio: i sistemi antiincendio, i sistemi ballast, di produzione di acqua potabile, ed il sea trial, in cui si fanno prove di velocità, di arresto e di prova di tenuta a mare” continua Domenico. “Ci vorranno un paio di settimane. Poi si fa il pieno e si parte”.

Lunga 333 metri e larga 58 pesa 69 mila tonnellate, la FPSO è progettata per minimizzare l’impatto ambientale

Un pieno di tutto rispetto: 7.000 metri cubi di gasolio, che dovrebbero bastare per i circa 45 giorni di navigazione da Singapore al Ghana. Si farà comunque tappa in Namibia, dopo circa un mese di navigazione, per una crew change e eventuali rifornimenti. “Abbiamo un tratto a rischio di pirateria, all’uscita dello stretto di Malacca, dove la nave sarà scortata da rimorchiatori. Poi attraverseremo l’oceano indiano, al largo del Madagascar per evitare la costa somala, anche questa a rischio pirateria. Un altro punto critico, stavolta a causa delle correnti, è il Capo di Buona Speranza: c’è rischio di stand-by, si devono aspettare le condizioni favorevoli”, racconta ancora Domenico. All’arrivo in Ghana inizieranno le fasi di installazione della FPSO: ormeggio, installazione dei riser e degli ombelicali preinstallati che collegheranno la FPSO ai pozzi sottomarini, e test di comunicazione con i sistemi sottomarini, test di apertura e chiusura delle valvole, per poter poi mettere in attività il pozzo.

A quel punto passa tutto ai colleghi di operations, che iniziano a produrre: “Nell’upstream c’è una definizione molto chiara: la prima goccia di idrocarburo rappresenta il momento in cui il timone passa dal team che cura la realizzazione del progetto al team che ne gestirà l’operatività. Loro sanno come gestire un pozzo e la responsabilità passa a loro”. Un passaggio tecnico che ha anche risvolti emotivi: “Ci hai passato tanto tempo, hai conosciuto e lavorato fianco a fianco con tante persone, in certi casi ci hai anche vissuto…  Alla fine la FPSO la senti un po’ tua. Ti rimane l’orgoglio di aver fatto qualcosa di fatto bene, qualcosa di grande”. Come il gigante gentile.

informazioni sull'autore
Marilia Cioni
Marilia è content producer e ufficio stampa di Eni, e si occupa in particolare delle attività di esplorazione, tecniche e upstream nell’Africa Sub-Sahariana. In precedenza ha lavorato all’Agenzia Giornalistica Italia, dove gestiva le relazioni internazionali.