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Il gigante Goliat

 By Marco Alfieri

Siamo andati a vedere il primo giacimento petrolifero offshore entrato in produzione nel mare di Barents. Goliat è una piattaforma rotonda dalla tecnologia unica: un mix di strategia Eni, cantieristica coreana, attenzione all’ambiente scandinava. La produzione di questo gigante da 64 mila tonnellate, 107 metri di diametro, 14 linee di ancoraggio e 100mila barili al giorno di capacità produttiva, è cominciata nel weekend del 12-13 marzo. Gli idrocarburi viaggiano su navette in grado di resistere alle tempeste artiche, i sistemi di sicurezza e monitoraggio sono all’avanguardia e all’interno dell’impianto non mancano i comfort: palestra, internet veloce e una mensa con vista balene…

La riconosceresti in mezzo a mille piattaforme offshore perché è di un colore rosso intenso e soprattutto rotonda, progettata per resistere alle tempeste artiche.
Ma il lavoro a bordo è quello tipico di chi non lascia nulla al caso. “La sicurezza prima di tutto…”, mi spiega un capo squadra sistemandosi il caschetto mentre tecnici e operai stanno finendo i preparativi per la messa in produzione di questo gigante:

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Quindici anni dopo la scoperta del petrolio nel Mare di Barents l’avveniristica unità galleggiante Sevan 1000, tecnicamente una "Floating and Production Storage Offloading Unit", ha superato i test finali e nel weekend del 12-13 marzo ha cominciato a produrre.
Eni ha il 65% del progetto, la parte restante è della norvegese Statoil.

La costruzione della piattaforma

Per capire come la più estrema piattaforma offshore della compagnia italiana estrarrà petrolio a 80 chilometri dalle coste norvegesi, occorre fare due passi indietro. Uno in Corea del sud, l’altro in Iraq.

In Corea del sud, nei cantieri Hyundai di Ulsan, la Sevan 1000 (per tutti semplicemente “Goliat”, la piattaforma rotonda) è stata costruita. Chi ha seguito i lavori direttamente dall’Asia ti racconta che la cittadina affacciata sul Mar del Giappone “somiglia ormai ai grandi centri portuali del Mare del Nord e quando cala la foschia sembra di essere a passeggio per i moli di Amburgo…”

Fino a 30 anni fa Ulsan era un anonimo porto mercantile da cui partivano i bastimenti per il vicino Giappone. Poi il grande boom della cantieristica coreana, la manodopera a basso costo, un settore finanziario generoso intrecciato con la politica e materie prime in abbondanza hanno innescato una crescita vertiginosa delle strutture industriali su tutta la costa asiatica.

Il viaggio di Sevan 1000

Da Ulsan lo scorso febbraio la mega piattaforma Eni è stata trainata dalla nave semisommergibile “Dockwise Vanguard” fino in Norvegia. Sessantatrè giorni di navigazione e 15mila miglia nautiche attraverso l’Oceano Indiano, doppiando il Capo di Buona Speranza per poi puntare a nord attraverso l’Atlantico fino alle isole britanniche e raggiungere Hammerfest, dove il 17 aprile si sono concluse le operazioni di “float off”, il rilascio della piattaforma in acqua in una situazione di galleggiamento. Su Google Maps si poteva seguire in tempo reale il lungo periplo. Spettacolare.

A maggio la piattaforma è stata definitivamente rimorchiata al campo di produzione Goliat, nel Mare di Barents, dove sono cominciati ispezioni, test e controlli a tutti i sistemi e gli equipaggiamenti.

La scoperta del giacimento Goliat

In Iraq invece bisogna andarci perchè se il petrolio è diventato così centrale nell’economia del paese scandinavo lo si deve anche a un geologo che si chiama Farouk al-Kasim. Oggi Oslo è il più grande esportatore di petrolio d’Europa ma la verità è che fino al mitico 1968 nemmeno sapeva di avere in pancia così tanto oro nero.

La storia di Al-Kasim, studente di geologia petrolifera a Londra dove incontra una ragazza alla pari norvegese con cui si sposerà, l’ha raccontata un paio di anni fa sul Post Giovanni Zagni. E’ una vicenda affascinante. Qui basti dire che ad un certo punto della carriera il geologo iracheno si trova a lavorare per il ministero dell’industria norvegese, che a quel tempo stava valutando una serie di test di perforazione effettuati nel Mare del Nord.

Al-Kasim passò tre mesi a interpretare i risultati di tredici pozzi di esplorazione “arrivando all’inattesa conclusione che al largo delle coste norvegesi ci fosse un sacco di petrolio.” Quasi nessuno gli diede retta. “Le autorità erano estremamente scettiche e quasi tutte le società petrolifere stavano lasciando il paese.”   Poi, nel dicembre 1969, l’americana Phillips Petroleum, la più tenace, trovò per la prima volta il petrolio nell’area di Ekofisk, che dopo qualche giorno venne dichiarata uno dei più grandi giacimenti offshore del mondo.

Seguirono settimane di panico in un paese cresciuto a pane e ambientalismo.
Che fare? Lasciare il campo libero alle multinazionali non avrebbe funzionato ma neppure metterle fuori legge. Ci pensò un’altra volta al-Kasim e il suo team. Su incarico del governo norvegese scrissero un progetto per risolvere la questione di come gestire tutta quella manna. “La loro idea fu di creare una società controllata dallo stato, Statoil, in modo da dare lavoro ai norvegesi e sviluppare competenze locali nel settore; e creare allo stesso tempo un organismo di controllo totalmente indipendente, il Direttorato Petrolifero Norvegese.

Le società straniere avrebbero potuto continuare a sfruttare il petrolio norvegese ma le attività del settore sarebbero state regolate dal Direttorato, con attenzione particolare alle conseguenze ambientali.”

Categorizzazione dei giacimenti petrolio/gas
in base alla dimensione

GOLIAT 179 milioni di barili 8 miliardi m 3 Divisi principalmente in 2 bacini: Kobbe eRealgrunnen

Il progetto zero discharge

Il campo Goliat è quindi il prodotto di questo mix di strategia Eni, cantieristica coreana e attenzione all’ambiente norvegese. Tanto più in un contesto caratterizzato dall’inverno artico, le bassissime temperature, i lunghi mesi di buio e le pessime condizioni del mare.
“Oggi in Norvegia il 96% dell’energia elettrica ha origine idroelettrica; per le autorità è tassativo evitare che aumentino le emissioni attraverso la power generation”, mi spiega un manager Eni. “L’attenzione nostra è rivolta alle riduzioni delle emissioni, degli scarichi e dei rischi di inquinamento.”

Il campo Goliat sarà così il primo giacimento a olio in produzione nel Mare di Barents con impatto ambientale minimo, grazie all’alimentazione elettrica da terra e al concetto operativo "zero discharge.”

Sevan 1000 vista da vicino

A vederla da vicino la Sevan 1000 è una piattaforma galleggiante dalla tecnologia unica, non solo perché di forma circolare. Consente il carico di idrocarburi su speciali navette anche in condizioni estreme e viene alimentata per metà del fabbisogno da energia elettrica dalla terraferma grazie all’installazione del più lungo cavo sottomarino al mondo. Una soluzione che ridurrà del 50% le emissioni di CO2.

A sua volta il gas associato non verrà bruciato ma reiniettato direttamente in giacimento, al pari dell’acqua estratta insieme agli idrocarburi. Anche i pozzi e le pipeline sottomarine sono tecnologicamente all’avanguardia, attraverso sistemi di monitoraggio in grado di intercettare e circoscrivere eventuali sversamenti così da evitare qualsiasi impatto sulla costa.

Per arrivare al Goliat dall’Italia bisogna atterrare all’aeroporto di Alta, nella contea di Finnmark, e poi raggiungere Hammerfest in auto.

Le due ore di strada corrono tra canyon e fiordi mozzafiato, cielo basso, qualche biker solitario, grandi macchie di betulle gialle e di tundra rossa, pascoli di renne, cani husky, camper colorati e le piccole casette di campagna semovibili dei Sami. Il confine russo è a 150 chilometri, la Norvegia è un paese Nato che confina con l’ex impero sovietico.

“La guerra fredda da queste parti è stata fredda davvero e durante la Seconda guerra mondiale Hammerfest fu rasa al suolo dai nazisti”, mi racconta un veterano Eni. Oggi sfiora i diecimila abitanti ed è la città più a nord d’Europa, forse del mondo (si disputa il primato con l’alaskina Barrow).

71.30°N 22.30°E 219 km 273 km 88 km

Hammerfest

Sede della Regia e Antica Società dell’Orso Polare, Hammerfest è famosa soprattutto per due cose: i traghetti per Capo Nord e il gas naturale. Di fronte alla città e qualche centinaio di metri sotto il livello del mare si trova infatti il maggior centro di liquefazione di gas naturale in Europa.

Ci si potrebbe aspettare una grande piattaforma in mare, ma dalla baia non si vede nulla. “Soltanto l’impianto industriale nell’isola di Melkøya, collegata al continente con un tunnel. Il gas liquido viene poi caricato sulle navi cargo che popolano la baia: barconi arancioni con grossi serbatoi sferici che lo trasportano verso la Spagna e gli Stati Uniti.” Hammerfest è anche un centro di cultura dei Sami, la popolazione lappone, da sempre allevatori di renne. Una coppia Sami di mezza età una sera ci racconta le proprie tradizioni al caldo di un ristorante a forma di capanna. Sembra la casa degli elfi, il camino al centro, legno dappertutto e il cibo che cuoce sul fuoco.

Da Hammerfest per il campo offshore Goliat ci vogliono ancora 20-25 minuti di elicottero. A bordo non si possono portare telefonini, pc, borse e macchine fotografiche; ogni cosa viene controllata al metal detector. Prima di salire in elicottero veniamo imbragati come astronauti in una tuta termica arancione impermeabile. Il video tutorial ci spiega che nelle tasche ci sono fischietti, razzi segnalatori, un giubbotto salvagente e maschere d’ossigeno, il necessario per attendere i soccorsi in caso di ammaraggio, senza assiderarsi.

Il sorvolo è meraviglioso. Prima uno slalom in mezzo ai fiordi poi il mare aperto, i giochi di luce, il sole pallido, le nuvole che corrono nervose, l’acqua del mare che fa i riccioli di schiuma. Siamo in quindici sull’elicottero, tutti con il naso appiccicato ai finestrini in attesa del Goliat.

L'arrivo alla piattaforma

Quando sbuca fuori dalle nuvole, il cilindrone rosso è possente e gigantesco. Dalla piattaforma la navetta/elicottero è quotidiana, serve a trasportare turnisti, il personale, materiali di lavoro, viveri. Scendiamo e il vento ci graffia la faccia.

A bordo si misura tutta la proiezione multinazionale dell’Eni. La stragrande maggioranza delle squadre di lavoro che incrociamo sui ponti è norvegese. La pattuglia italiana è in minoranza, spesso con giovani manager in trincea, abituati ad assumersi responsabilità operative.

Anche le piattaforme non sono più quelle di una volta. La zona living, con il parquet di legno biondo, sembra la hall di un grande albergo. Tra i diciotto piani del Goliat c’è la sala cinema, la palestra, punti ristoro accoglienti, l’internet super veloce e una mensa con le vetrate dove in estate si vedono le balene. La concentrazione di tablet e smartphone è di tutto rispetto. Ogni cosa viene addolcita per passare le lunghe giornate in piattaforma.

Nei mesi di preparazione hanno lavorato sul Goliat fino a cinquecento persone alla volta. Centoventi in cabina e gli altri a pernottare sul “floating hotel” ancorato di fianco e collegato con una passatoia. A fine turno vedi le squadre in fila indiana fare la spola dopo aver perlustrato reticoli di tubi, sistemato turbine, manometri, centraline, cisterne, materiali isolanti, tubi grandi come tronchi (verdi per l’acqua, arancioni per l’olio, gialli per il gas) e piazzato cartelli di sicurezza ovunque. Tra “Controll room” e “Emergency room”, questa è la cosa che più colpisce a bordo: la sicurezza.

Intanto cinque-seicento metri dal Goliat, in mezzo al mare, lo Scarabeo 8 di Saipem sta perforando altri pozzi del campo. Un altro pezzo di tecnologia italiana al lavoro ai confini del mondo. Minaccia pioggia. Meglio rientrare in mensa a mangiare salmone. Quello vero, norvegese.

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.