Technology

La Repubblica Popolare dell’IA

 By Andrea Signorelli

La Cina non ha timore di fare annunci arditi. Lo ha dimostrato una volta di più nel 2016, quando pubblicò il piano quindicennale in cui segnalava la road map da seguire per diventare, finalmente, una superpotenza tecnologica…

Da allora, sono passati tre anni e si può provare a trarre un primo bilancio: a che punto è la rivoluzione digitale cinese? La protagonista assoluta del grande piano cinese non poteva che essere l’intelligenza artificiale. Stando alle tempistiche delineate dal governo, entro il 2020 l’intelligenza artificiale sviluppata in Cina dovrà essere alla pari con quella progettata negli Stati Uniti. Entro il 2025, invece, le tecnologie portate avanti dai ricercatori cinesi dovranno raggiungere livelli d’eccellenza.

Un obiettivo ambizioso made in China

La scadenza ultima è però quella del 2030: anno entro il quale la Cina dovrà diventare la nazione leader nel campo della IA.
A differenza degli annunci fatti dai governi occidentali o da imprenditori un po’ troppo propensi alle dichiarazioni roboanti (com’è il caso di Elon Musk), quando da Pechino giungono segnali di questo tipo, le conseguenze si fanno sentire subito. “Annunci come quelli fatti dal governo cinese hanno implicazioni molto significative per il paese e per la sua economia”, ha recentemente affermato Andrew Ng, informatico statunitense che ha dato il maggiore contributo allo sviluppo del deep learning. “È un segnale forte per tutti, che indica che potrebbe succedere qualcosa di grosso”.

E in effetti qualcosa di grosso sta avvenendo, proprio sotto gli occhi strabuzzati dei rivali statunitensi, che osservano impotenti la rapidità con cui la Cina sta completando la sua grande corsa per primeggiare in un campo cruciale come quello dell’intelligenza artificiale. Perché tutto questo? Come sottolineato da Kai-Fu Lee nel suo fondamentale saggio AI Superpowers, l’era delle grandi scoperte nel campo del deep learning (la tecnica utilizzata per sviluppare le intelligenze artificiali di ultima generazione) potrebbe ormai essere conclusa. Oggi siamo nella fase delle innovazioni minori e dello sviluppo commerciale di questi strumenti; un aspetto sotto il quale la Cina non è seconda a nessuno.
Per quanto non abbia a disposizione geni dell’informatica del calibro di Yann LeCun o Geoff Hinton (i due padri del deep learning che lavorano, rispettivamente, per Facebook e Google), la Cina può comunque attingere a un grosso bacino di scienziati e ingegneri. Ma soprattutto ha a disposizione un’enorme quantità di dati che può utilizzare per addestrare i sistemi di apprendimento.
I dati, infatti, sono il cibo di cui le IA si nutrono. Avere accesso a più dati significa poter addestrare gli algoritmi a svolgere i loro compiti in maniera sempre più accurata. E in Cina – una nazione in cui la maggior parte delle attività viene svolta online, attraverso gli smartphone e super piattaforme come WeChat (attraverso cui si eseguono pagamenti, ci si rapporta con la pubblica amministrazione e molto altro ancora) – raccogliere immense quantità di dati è un gioco da ragazzi; anche per le leggi sulla privacy praticamente inesistenti.
La materia prima, insomma, è particolarmente abbondante e ha consentito a questo settore di esplodere improvvisamente. Le conseguenze si vedono già oggi: Baidu, Alibaba, Tencent (i tre colossi tecnologici cinesi) hanno investito in oltre cento società attive nel settore del deep learning; mentre la cinese SenseTime – specializzata da sempre nel riconoscimento immagini, una delle applicazioni più importanti nel campo della AI – è diventata la startup con la maggiore valutazione al mondo (3 miliardi di dollari).

Spot di SenseTime

Non è certo l’unica: Megvii, anche lei attiva nel riconoscimento immagini, ha raccolto qualcosa come 460 milioni di dollari nel solo 2017; iCarbonX, che sfrutta la IA nel campo delle biotecnologie, ha ottenuto 150 milioni di dollari. Altre, come DeePhi, lavorano allo sviluppo dell’hardware necessario per i sistemi di intelligenza artificiale (campo in cui finora la Cina non ha eccelso) o hanno l’obiettivo di replicare il funzionamento del cervello umano, com’è il caso di Westwell.
Risultato? La Cina sta già oggi per superare gli USA: lo sostiene una ricerca dell’Allen Institute for Artificial Intelligence, prestigioso centro studi creato dallo scomparso cofondatore di Microsoft, Paul Allen. Secondo le previsioni, i paper accademici provenienti dalla Cina che entrano a far parte del 50% dei più citati supereranno quelli statunitensi già quest’anno.

Il trionfo del 5G

Le tempistiche immaginate dal governo, quindi, stanno venendo rispettate e addirittura anticipate. Ma se nel campo dell’intelligenza artificiale la Cina sta ancora rincorrendo, c’è un settore in cui invece sta primeggiando: quello del 5G. Il 21 febbraio 2018 si è tenuta in Spagna la prima telefonata al mondo eseguita con la nuova generazione di trasmissione mobile. A rendere possibile questo traguardo sono state due aziende: Vodafone e Huawei.
Quest’ultima è da tempo la leader indiscussa nel campo del 5G: basata a Shenzhen, Huawei è l’archetipo dell’azienda cinese di successo, anche per la rapidità con cui è diventata una delle più grandi imprese del mondo e per come simboleggia l’avanzata tecnologica cinese. Huawei, già oggi, detiene il 29% del mercato per l’infrastruttura delle telecomunicazioni, seguita dalle europee Nokia (17%) e Ericsson (13%). Al quarto posto troviamo un’altra società con sede a Shenzhen: ZTE (8%).
Anche in questo caso, le previsioni danno l’idea delle ambizioni cinesi: grazie al lavoro svolto dalle sue aziende, entro il 2023 la copertura nazionale per il 5G potrebbe già essere completata (in netto anticipo rispetto alle altre potenze mondiali), mentre entro il 2025 il 40% degli utenti 5G nel mondo sarà residente in Cina (500 milioni su 1,2 miliardi a livello globale).
In generale, gli esperti concordano: la Repubblica Popolare è in netto vantaggio nel 5G, come dimostrano anche le vaste sperimentazioni già da tempo in corso in metropoli come Pechino, Shanghai e Shenzhen e il fatto che – nonostante le tensioni geopolitiche – le nazioni che stanno cercando di dotarsi rapidamente di un’infrastruttura 5G si stiano rivolgendo inevitabilmente alla Cina.

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Un'antenna 5G sottoposta al sistema di collaudo sferico multisonda SG178 di Huawei presso il Songshan Lake Manufacturing Center (Reuters)

Tutto questo ha implicazioni enormi, visto che il 5G promette di essere la scintilla che darà vita all’agricoltura di precisione, all’industria 4.0, alla medicina a distanza, alla realtà virtuale in mobilità, alla diffusione della realtà aumentata, alle auto autonome e molto altro ancora. L’unione di 5G e intelligenza artificiale, insomma, potrebbe far fare il grande salto tecnologico a una nazione che fino a pochi anni fa era in grado solo di copiare le innovazioni progettate altrove.

Dai supercomputer alla tecnologia quantistica

A queste due cruciali innovazioni si aggiungono anche altri settori in cui la Cina sta dimostrando tutte le sue capacità. Il primo è quello dei supercomputer, strumenti potentissimi, che occupano interi piani dei laboratori in cui sono situati, e che vengono utilizzati nei settori più strategici della scienza, della ricerca industriale e della sicurezza (per analizzare miliardi di sequenze del DNA, migliorare le previsioni del tempo o simulare l’esplosione di una bomba atomica, per fare solo qualche esempio). L’avanzata in questo campo è clamorosa: nel 2001, la Cina non possedeva neanche un supercomputer, oggi 206 dei 500 più potenti al mondo si trovano invece nella Repubblica Popolare. Un’avanzata fatta a spese degli Stati Uniti, che sono passati dai 145 del 2017 ai 124 di oggi. Nonostante il primo e secondo posto nella classifica siano da poco stati riconquistati dagli USA (con Summit e Sierra, i supercomputer di IBM), la Cina oggi può comunque contare sulla terza e quarta posizione garantita dai suoi TaihuLight e Tianhe-2A. Non solo: la Cina sembra essere in vantaggio anche nella corsa per raggiungere i cosiddetti sistemi exascale, computer in grado di raggiungere un exaflop di velocità (un miliardo di miliardi di calcoli al secondo), di cui ha già presentato i due primi prototipi e il cui sviluppo dovrebbe essere ultimato nel 2021. Se non bastasse, Pechino è ben posizionato anche in un altro settore cruciale: le tecnologie quantistiche, che – a differenza dei tradizionali sistemi informatici – sfruttano i qubit, unità informative che possono esistere in più stati contemporaneamente (i normali bit, invece, possono essere 0 o 1 alternativamente).

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Il Sunway TaihuLight è dotato di 10.649.600 core di calcolo ed è in grado di eseguire circa 93 quadrilioni di elaborazioni al secondo (Xinhua)

Questo permette, tra le altre cose, di immagazzinare più informazioni usando meno energia, e di conseguenza di effettuare calcoli estremamente complessi nel campo, per esempio, della chimica o della crittografia.
Proprio nella crittografia la Cina sta facendo grandi passi avanti grazie alle tecnologie quantistiche: nell’agosto 2016 è stato infatti lanciato nello spazio, dal deserto dei Gobi, il primo satellite per le comunicazioni quantistiche al mondo: Micius. Questo satellite ha lo scopo di rendere le comunicazioni militari impenetrabili a chiunque, perché – sempre grazie alle caratteristiche della fisica quantistica – anche solo provare a intercettare la trasmissione la modificherebbe in maniera irreversibile, rendendola quindi illeggibile.
Micius è stato sfruttato già nel 2017 per una videochiamata cifrata effettuata da scienziati cinesi e austriaci ed è il risultato degli enormi investimenti di Pechino nel settore (basti pensare ai 10 miliardi di dollari dedicati alla costruzione del Laboratorio Nazionale per le Scienze Informatiche Quantistiche che aprirà a Hefei).
Da qui alla creazione di un vero e proprio computer quantistico c’è ancora molta strada da percorrere (per il momento esistono solo dei prototipi estremamente instabili). E in questo caso, anche le previsioni non aiutano: l’attesa potrebbe infatti andare dai 5 ai 30 anni. Nel complesso, però, la situazione è chiara: dopo averne sottovalutato per anni l’avanzata tecnologica, oggi gli Stati Uniti (e in misura minore l’Europa) si trovano ad assistere quasi impotenti al consolidamento di una nuova superpotenza tecnologica.

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informazioni sull'autore
Andrea Signorelli
Milanese, classe 1982, scrive del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Collabora con La Stampa, Wired, Esquire, Il Tascabile e altri. Nel 2017 ha pubblicato “Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti” per Informant Edizioni.