Technology

La clinica del petrolio

 By Marco Alfieri

Tac, super microscopi, simulatori, geologi, ingegneri e clima familiare. Un pomeriggio nei laboratori di Bolgiano dove quarant’anni fa Eni ha deciso di concentrare le attività di ricerca e sviluppo tecnologico nel settore Oil & Gas. Per costruire un modello di giacimento si devono passare esami sofisticati

Le ultime carote arrivano direttamente dai pozzi in Congo. Devono essere fresche di viaggio perché sono ancora imballate davanti all’ingresso di un’ampia sala luminosa, le etichette scritte a pennarello, dentro piccoli box di alluminio che sembrano bottiglie di champagne.

Quando si entra nei laboratori di Bolgiano, la frazione di San Donato Milanese dove quarant’anni fa Eni ha deciso di concentrare le attività di ricerca e sviluppo tecnologico nel settore Oil & Gas, trasferendole dai vecchi edifici squadrati di Agip Mineraria costruiti in epoca Mattei lungo viale De Gasperi, la prima cosa che ti viene da chiedere è perché si usa il nome di una verdura per indicare reperti di rocce intrise di idrocarburi (lo scopriremo tra pochissimo).

Nei bunker del laboratorio, stipata in 180mila casse di carote, è contenuta praticamente tutta la storia petrolifera di Eni. Una grande biblioteca energetica che corre dall’epopea Agip negli anni Venti-Trenta al petrolio in Val Padana fino alle ultime scoperte in giro per il mondo, dall’Africa all’America Latina. Bolgiano è la stazione imprescindibile, la “clinica” del petrolio dove tra le altre cose si fanno gli esami alle rocce, come fossero i muscoli dei campioni del calcio sottoposti alle visite mediche prima di firmare e presentarsi ai tifosi. Abili e arruolati.

In realtà “carota” è una libera traduzione (molto libera) dall’inglese “core”. Diciamo una traduzione maccheronica: core=carota. Qualcuno se l’è inventata tanti anni fa e da quel momento è diventata di uso convenzionale.

In sostanza la carota è un cilindro di roccia che viene prelevato durante la perforazione di un pozzo. Per farlo si usa uno strumento, il carotiere, e un piccolo scalpello diamantato a forma di corona circolare di circa 20 centimetri.

Il petrolio e il gas scorrono dentro e attraverso le rocce, non si trovano in una qualche “caverna” sottoterra (o sotto il mare) come spesso s’immagina. Per questo è complicato estrarlo

Questi campioni servono a definire la litologia, l’età e le caratteristiche della roccia. L’obiettivo è capire soprattutto la porosità effettiva (cioè quanto i pori sono intercomunicanti) e la permeabilità (cioè la capacità di una formazione rocciosa di farsi attraversare dal fluido), indicatori decisivi per stimare la producibilità degli idrocarburi, la potenzialità del pozzo in questione, come svilupparlo, quante riserve ci sono e altre informazioni importanti per una “Energy company”.

Il petrolio e il gas infatti scorrono dentro e attraverso le rocce, non si trovano in una qualche “caverna” sottoterra (o sotto il mare) come spesso s’immagina. Per questo è complicato estrarlo.

Mentre me lo spiegano un tecnico sulla trentina con scatti secchi sta sfilando una carota dal tubo per tagliarla e cominciare la descrizione sedimentologica. E’ il passaggio preliminare. Per arrivare a caratterizzare la roccia e avere dati sufficienti a costruire un vero modello di giacimento si devono passare esami sofisticati. Laboratorio dopo laboratorio. E’ uno dei motivi per cui Bolgiano è così importante per il Cane a sei zampe.

Dall’esterno non sembra nemmeno un centro di ricerca. Il corpo principale dell’edificio è sviluppato attraverso una serie di corti, che qui chiamano chiostrine, costruite per motivi di sicurezza da un solo piano fuori terra. Dentro ci lavorano trecento tra ricercatori, tecnici e staff. Le competenze spaziano nel campo della geologia e della geochimica, dell’ingegneria del petrolio e della produzione, della catalisi, della formulazione di carburanti e dell’upgrading dei residui. Si opera assistenza dei pozzi, studi di giacimento, studio di fluidi speciali e cementi necessari per l’estrazione.

Il primo storico petrolio estratto da Eni a Cortemaggiore, 1955

Ad esempio nella stanza del microscopio elettronico si fanno sezioni di roccia da 30 micron di spessore, elaborando immagini 3D. “Ci servono a capire da che minerali è formata la carota e quanti ‘buchi’ ci sono nella roccia”, mi spiega una signora dai capelli a caschetto ben pettinati, seduta al computer a studiare dati e ingrandimenti. “Lavoro a Bolgiano da ventisei anni, di formazione sono perito” ma è come se “avesse la laurea honoris causa…”, la incensa un collega che staziona davanti al microscopio.

Per capire davvero quanto il “grande occhio” possa ingrandire i dettagli di una roccia (in media 5-6mila volte la misura naturale), in laboratorio usano un giochino divertente: scansionano piccoli insetti morti di cui tutti conosciamo le dimensioni reali. Sullo schermo nero dei computer cavallette e moscerini appaiono all’improvviso creature giganti dalle forme più bizzarre, mostri degni dei migliori creativi Pixar, pseudo barriere coralline o catene montuose uscite fuori dalla matita di Tim Burton. Alcune di queste foto in altissima risoluzione sono appese alle pareti della stanza, se chiudi gli occhi puoi davvero giocare con la fantasia. Penso a cosa direbbero i miei bambini nel vedere quei disegni digitali tra il fiabesco e lo spaventevole. Credo si divertirebbero un mondo.

Uno entrando a Bolgiano s’immagina di trovare laboratori asettici, magari robotizzati, invece sembra di frequentare una bottega artigiana dove le competenze si tramandano da generazioni. La componente umana e la passione delle persone che ci lavorano sono (ancora) decisive nel manovrare macchinari sofisticati. Ne ho conferma poco dopo quando incrocio sulla porta un tecnico che andrà in pensione la settimana prossima. “Sono entrato in Eni nel 1974 da perito chimico, e dall’87 sono qui a Bolgiano”, mi racconta. Scherzando gli dico che non ci potrà più andare, in pensione, il governo ha appena deciso il blocco delle uscite. Sorride, s’illumina e per un secondo fa persino finta di crederci. Si vede a pelle che Bolgiano è stata la sua vita. Andarsene è bello ma fino ad un certo punto…

Nella chiostrina successiva si arriva in sala tac, come la chiamano tutti. La caratterizzazione della roccia va completata con una vera e propria tomografia per capire le strutture sedimentarie presenti nel giacimento. La tac è uno strumento medicale, sembra umana in tutto e per tutto, di quelle a scorrimento che si trovano nei nostri ospedali.

Lo strumento "molto umano" per fare la tac alle rocce

“Prima si fa una radiografia poi si decide la zona della carota su dove fare la tomografia vera e propria con cui acquisiamo la sua struttura in 3D”, mi spiegano. Comincia così il grande viaggio all’interno della carota. E se per caso serve analizzare sezioni molto piccole di roccia che la normale tac non riesce a vedere, ecco in aiuto il microtomografo: questo strumento permette di isolare campioni di pochi centimetri da cui si estraggono immagini ad altissima risoluzione. Con questi due passaggi si ottiene la cosiddetta mappa di densità. “Le zone più dense sono quelle più interessanti per gli idrocarburi.” Permettono di stimarne la quantità e la potenzialità di presenza. Insomma “un lavoro per veri petrofisici…”, scherza ma non troppo il nostro tecnico.

Ogni operazione qui a Bolgiano va ponderata bene. I dati vanno analizzati e studiati al meglio. Dal modellino che esce dipende un pezzo di strategia di una grande azienda energetica. “E poi carotare costa tanto: bisogna considerare il fermo impianto, il trasporto. Tirare su la batteria di drilling e mettere giù il carotiere”, mi spiegano. Alcuni paesi, per valorizzare l’indotto locale, non fanno uscire dai confini le carote. Allora i tecnici Eni da ormai alcuni anni formano anche ricercatori in loco e forniscono servizi di certificazione delle strutture nei paesi di estrazione.

Entrando a Bolgiano ci s’immagina di trovare laboratori asettici invece sembra di frequentare una bottega artigiana dove le competenze si tramandano da generazioni. La componente umana e la passione delle persone sono decisive nel manovrare macchinari sofisticati

L’ultima stazione che visito è quella del Laboratorio “Pozzo & Produzione.” In pratica quando Eni avvia un primo pozzo esplorativo in queste stanze vengono riprodotte le condizioni di campo. Mi spiegano che l’idrocarburo può presentare dei problemi al momento dell’estrazione o del trasporto, si possono verificare fenomeni di solidificazione o di occlusione. Ad esempio la presenza eccessiva di asfalteni può determinare il blocco o il rallentamento della produzione. Altri intoppi possono nascere dalla presenza di cere, di idrati, di emulsioni naturali e dall’alta viscosità del fluido. Immaginatevi i tubi sotterranei, magari a temperature polari: durante il trasporto tutto deve scorrere liscio come olio. “Qui monitoriamo e simuliamo queste situazioni. Cerchiamo di prevedere se il nuovo giacimento possa avere questi problemi, se servono particolari interventi o l’utilizzo di fluidificanti chimici.” “E’ il principio di Mastrolindo”, dico con tono tronfio.

“Più o meno”, conferma sorridendo il nostro tecnico. E mentre sorride apre con circospezione un piccolo armadietto dove custodisce gelosamente campioni di asfalteni e cere raccolti nei campi di mezzo mondo.

Un classico "pig" usato per la pulizia delle pipeline

Ogni boccetta è una storia, un ricordo, un aneddoto. Lavora in laboratorio da trent’anni, conosce l’azienda e il mondo del petrolio come le sue tasche. Mi fa vedere un “pig” in gomma, usato per pulire una condotta, e mi spiega perché molta della terminologia usata nell’Oil deriva direttamente dall’agricoltura. “E’ tutta “colpa” dei texani: contadini diventati petrolieri. Ancora oggi in gergo si dice coltivare un campo petrolifero…”

Potrei stare ore e ore ad ascoltarlo, stregato da alambicchi e storie affascinanti ma devo tornare in ufficio. Uscendo ripasso davanti alle vetrinette in corridoio, in poche bacheche mi scorre davanti tutto la storia di Eni, i principali minerali presenti nel nostro Paese e nel mondo, gli strumenti di ricerca, i primi campioni di petrolio, una galleria meravigliosa di foto in bianco e nero (vedi sotto fotogallery). Nei laboratori ho appena visitato il suo presente e il suo futuro. Sapere e saper fare. E io, per non sbagliare, torno a San Donato con una 500 Enjoy…

informazioni sull'autore
Marco Alfieri
Sono nato a Varese nel 1973. Sono responsabile della struttura di Content Strategy & Newsroom di Eni e curo una newsletter per Il Foglio ma in precedenza sono stato direttore de Linkiesta, inviato de La Stampa e ho lavorato per Il Riformista, Il Sole 24Ore e la Prealpina.