Technology

Una fine programmata

 By Alessandro Di Bacco

“… è tempo di morire“

Tutti gli appassionati di fantascienza conoscono il famoso monologo del replicante Roy Batty (interpretato da Rutger Hauer) nel film cult Blade Runner. La pellicola racconta di un futuro distopico dove una potentissima azienda crea degli esseri sintetici (replicanti) identici in tutto agli esseri umani, ma la loro esistenza è programmata per durare solo 4 anni… in quel caso per questioni di sicurezza.
L’intento di ogni azienda di tecnologia è quello di vendere sempre un prodotto di qualità, efficiente, resistente e aggiornato… almeno fin quando non è pronto il nuovo modello.

Vecchie idee e una mela

Nel 1933 l’americano Bernard London, immobiliarista, intitolò così il primo capitolo del suo libro The New Prosperity: “Ending the depression through planned obsolescence”, ovvero superare la depressione con l’obsolescenza programmata. Ma questo concetto nasce ancora prima, nel 1924, quando General Electrics, Osram, Philips e altre importanti case produttrici di lampadine a incandescenza, fecero cartello riducendo la durata massima di vita di ciascuna lampadina a 1000 ore dalle oltre 2500 ore garantite in precedenza.
Il fine, certamente, era uno solo: aumentare il numero di lampadine vendute.

Questa pratica commerciale è ancora largamente applicata da molte grandi aziende di tecnologia, ma in Francia è ora punibile legalmente grazie alla cosiddetta legge Hamon. Di conseguenza si sono attivate delle associazioni che vigilano al fine di scoprire e denunciare nuovi casi di obsolescenza programmata.

Associazioni come HOP (Halte à l’obsolescence programmée), la quale ha recentemente accusato Apple di ridurre intenzionalmente le prestazioni dei propri smartphone a causa del naturale deterioramento prestazionale delle batterie installate all’interno. Il colosso di Cupertino, che sta affrontando una ventina di class action in tutto il mondo per lo stesso motivo, ha imposto via software un downclock (in parole povere una riduzione delle prestazioni del processore) al raggiungimento di un certo livello di decadimento delle prestazioni della batteria, la quale, oltre ovviamente a non poter più garantire un accettabile periodo di autonomia, non riesce più a fornire stabilmente corrente; ciò comporta il rischio di causare riavvii improvvisi o, addirittura, il prematuro spegnimento del dispositivo. Un’iniziativa che può sembrare un atto di premurosità nei confronti dei propri clienti, il problema è che ciò avviene senza preavviso o possibilità di scelta alternativa da parte degli utenti, per questo motivo molti potrebbero pensare che sia semplicemente arrivato il momento di passare ad un modello più recente… quando basterebbe semplicemente sostituire la batteria del dispositivo. Apple sta cercando di risolvere la questione tagliando (temporaneamente) il prezzo delle batterie sostitutive di alcuni modelli e inserendo una nuova opzione all’interno dello stesso iOS (ora in fase beta). Il sospetto ovviamente rimane: quali erano le vere intenzioni della Mela Morsicata? Gestire il problema sotto traccia senza far preoccupare i propri clienti o spingerli ad acquistare i loro nuovi iPhone?

Inchiostro sprecato

Stesso discorso per quanto riguarda il mondo delle stampanti consumer. Le società coinvolte sono Epson, Brother, Canon e HP; l’accusa è quella di aver stabilito un prezzo esorbitante per le cartucce ufficiali. Inoltre, pare abbiano impostato un contatore di un numero di pagine stampate prestabilito che, una volta superato quel limite, comunicherà alla stampante (e a noi) che il colore nella cartuccia è esaurito ed è ora di acquistarne una nuova… anche se in realtà c’è ancora inchiostro!
È quasi superfluo accennare allo spreco di materie prime e l’inquinamento causato dall’inchiostro (tossico) come conseguenza di questa “filosofia” commerciale.

Verso la soluzione

L’Onu Ambiente ha pubblicato un rapporto intitolato “The Long View” proprio su questo argomento. Un documento contenente dati interessanti sull’effettiva aspettativa di vita di vari prodotti, le tempistiche ideali per la loro sostituzione, impatto ambientale della produzione e soluzioni per renderli più duraturi. Tutto questo, ovviamente, coscienti anche delle necessità delle varie aziende produttrici di questi beni; insomma un equilibrio difficile da raggiungere, ma assolutamente necessario per la salvaguardia dell’ambiente… e del portafogli!
Intanto, sempre in Francia, è al vaglio il progetto di introdurre (non obbligatoriamente) un’etichetta che attesti durata, riparabilità e robustezza dei dispositivi e, inoltre, l’obbligo di fornire pezzi di ricambio usati. È evidente che l’obiettivo è quello di stabilire un’economia circolare indirizzata anche alla durata nel tempo dei beni tecnologici.
La popolazione del pianeta sta costantemente aumentando e con essa la richiesta di un maggior numero di dispositivi tecnologici alla portata di tutti; ma la disponibilità di materie prime non è illimitata e la “strategia” dell’obsolescenza programmata ormai ha sempre più l’aria di essere estremamente inopportuna.

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Alessandro Di Bacco