Technology

Buon compleanno Internet!

 By Eniday Staff

“Lo”. Se il successo di una tecnologia o di un’idea dipendesse sempre dal primissimo tentativo, questo articolo non avrebbe mai potuto essere scritto. Perché l’idea, quella volta, era davvero geniale, avventurosa e densissima di possibilità straordinarie. Ma andò maluccio…

Al destinatario arrivarono solo le prime due lettere del messaggio, “lo”, appunto, rigorosamente in caratteri minuscoli. Gli altri tre, che erano “gin”, furono inghiottiti dal sistema, che per un motivo mai chiarito smise di funzionare correttamente sul più bello. A spedire il messaggio erano stati Leonard Kleinrock e Charley Kline, dell’Università della California a Los Angeles. Il destinatario era Bill Duvall, dello Stanford Research Institute, poche centinaia di chilometri più a Nord. Lo strumento per trasmettere quella semplice ed evocativa parola, “login”, non era né l’etere, nè il telegrafo a fili, né un satellite. Era una rete di connessione informatica, la prima della storia, ARPANET (acronimo di rete dell’Advanced Research Project Agency), inventata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per tentare di realizzare un sistema di comunicazione rapido e, soprattutto, che non richiedesse alcun codice di segretezza, ma che fosse criptato all’origine e leggibile soltanto da un sistema predisposto a questo scopo. La data: 29 ottobre 1969, cinquanta anni fa, alle 22.30 era nato Internet.

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Charley Kline, a sinistra, l'uomo che ha inviato il primo messaggio via rete tramite ARPANET a Bill Duvall, a destra. Dietro di loro, un IMP (Interface Message Processor), il sistema che ha reso possibile tutto questo (Guy Raz, NPR)

ARPANET si espande

Abbiamo detto che fu un mezzo fiasco. Ma la colpa non era del sistema né delle macchine, probabilmente fu questione di uno sbalzo della tensione sulla rete elettrica. Il giorno dopo, i tre ricercatori ci riprovarono, e funzionò. Poi collegarono un altro computer, a Santa Barbara. Tutto bene, il messaggio circolava. Infine, un paio d’anni dopo, il tentativo più significativo: trasmettere un messaggio passando attraverso una rete più complessa, nella quale fossero presenti alcuni nodi intermedi, per vedere se la rete trovava la strada giusta da sola. Ancora un successo, funzionava come previsto. E funziona ancora oggi, senza sostanziali modifiche. Nel 1971, i computer connessi attraverso ARPANET erano diventati 23, e il sistema diventava sempre più performante, tanto da permettere, nell’ambito di quella piccolissima rete, che oggi definiremmo condominiale, di trasmettere messaggi ad un utente preciso e non per forza tutti, attribuendo a ciascuno un indirizzo preciso ed univoco, attraverso l’introduzione di una lettera che non fosse comunemente utilizzata, la @. Era nata anche la posta elettronica.

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Rappresentazione simbolica di ARPANET a partire da September 1974 (Yngvar, Wikimedia)

Molti computer…

Sarebbe sciocco dilungarsi sui benefici che sono derivati da quell’invenzione. Ma, visto che è il suo cinquantesimo compleanno, è interessante chiedersi quali siano gli ingredienti di questo successo. Al di là degli aspetti tecnologici (processori sempre più veloci, computer sempre più potenti e compatti, fino agli smartphone), che hanno contribuito moltissimo alla diffusione di internet fino ai livelli attuali (peraltro niente affatto omogenei: in Europa meno del 10% della popolazione non ha accesso alla rete, in Eritrea il 98%), è la stessa architettura della rete ad averla resa vincente. I princìpi organizzativi che hanno reso Internet efficace sono due. Il primo è costituito dalla sua capacità di riconfigurazione automatica ad ogni mutamento della sua topologia. I primissimi sistemi di connessione informatica prevedevano che il messaggio inviato dal computer A arrivasse sempre e soltanto ad un determinato computer C. Per rendere la rete più efficiente si pensò di introdurre dei nodi intermedi. E se i sovietici bombardano e distruggono il computer intermedio B? Soluzione: moltiplicare i nodi intermedi e fare in modo che il sistema trovi comunque la strada giusta per incamminare il messaggio proveniente da A fino a C, passando per B1 o B2 o B3, e via di seguito. Questo, grazie al fatto che ogni computer “vede” tutti gli altri ai quali è collegato, generando così un sistema che, per la prima volta nella storia della tecnologia, rispecchia, in misura immensamente semplificata, il funzionamento di un sistema nervoso centrale: nel cervello non ci sono direzioni obbligate, ogni neurone è connesso a centinaia di altri in una rete orizzontale e, per così dire, “democratica”.

… un solo linguaggio

Il secondo principio organizzativo a dimostrarsi determinante per il successo della rete sembra anch’esso ispirato al funzionamento del cervello: tutti i computer comunicano utilizzando lo stesso protocollo, così come tutti i neuroni comunicano tra loro attraverso sinapsi eccitatorie o inibitorie. Mentre gli umani, però, per comunicare tra di loro utilizzano migliaia di linguaggi e gli stessi tecnici informatici utilizzano una molteplicità di linguaggi di programmazione, il protocollo Internet (comunemente chiamato IP, Internet Protocol) si è imposto come lingua universale per tutti i computer del mondo. Certo, oggi i nostri computer non usano più la prima versione del protocollo inventato da Robert Kahn e Vinton Cerf nel 1973, necessario per far comunicare la rete USA ARPANET con quelle analoghe nate in Europa, creando, appunto, Internet. Alla prima bozza se ne sono succedute diverse, ma rimane costantemente un unico sistema di trasmissione delle informazioni, senza alcuna differenziazione geografica o tecnologica. Tutto ciò, la capacità di riconfigurazione della rete e l’unicità del protocollo hanno reso (e rendono) Internet il caso più eclatante di unitarietà del genere umano, nonostante linguaggi, culture e credenze tanto diverse. E pensare che oggi nel mondo si continuano ad utilizzare ben 14 tipologie di prese e spine elettriche differenti.

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