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Chang’e svela il segreto della Luna

 By Alessandra Pierro

Un’antica leggenda orientale narra che Chang’e finì sulla Luna dopo aver ingerito un elisir dell’immortalità e lì rimase relegata per sempre in compagnia di un coniglio di giada…

Venerata dai cinesi come dea della Luna, fu curiosamente evocata proprio durante la storica missione dell’Apollo 11, quando, in una conversazione con la base di Houston, l’astronauta Michael Collins rispose scherzando: «Terremo gli occhi aperti per la coniglietta».
Da allora sono passati 50 anni e il 3 gennaio 2019 la Cina sembra aver decisamente messo in chiaro che con Chang’e non si scherza, tant’è vero che Chang’e 4 è la prima missione spaziale ad atterrare sulla faccia nascosta della Luna.
Finora il cosiddetto far side ‒ quello non visibile agli osservatori terrestri per via della rotazione sincrona ‒ era stato solo sorvolato: le prime immagini risalgono al 1959, ad opera di Luna 3, missione sovietica senza equipaggio, e solo nel 1968 gli astronauti americani dell’Apollo 8 riuscirono a vederlo direttamente per la prima volta.

Una svolta significativa

Oggi l’esito della missione Chang’e 4 segna una tappa decisiva in una corsa allo spazio che, con la fine della Guerra Fredda, si è aperta alle politiche spaziali di paesi che, come la Cina, stanno superando quei due contendenti storici in termini di ambizioni. Tra gli obiettivi di Chang’e 4 rientrano infatti lo studio dell’evoluzione della Luna e il tentativo di coltivare piante sul suolo lunare. Il lato nascosto della Luna è una meta di grande interesse scientifico e lo è in particolare il cratere Von Karman, il sito di allunaggio del lander e del rover cinesi: infatti, oltre a essere fra i più estesi di tutto il sistema solare, è tra i più antichi della superficie lunare.

Chang’e 4 durante la discesa sulla Luna eseguita il 3 gennaio 2019

Attraverso lo studio della sua formazione si potrebbe risalire al periodo in cui è avvenuto il bombardamento di asteroidi che ha colpito la Luna e altri pianeti e stabilire se esista una connessione tra questo e l’origine delle prime forme di vita sulla Terra.
Il cratere si trova inoltre nel bacino del polo sud lunare, regione in cui è già stata riscontrata la presenza di ghiaccio d’acqua in superficie e dove l’ipotesi di riserve d’acqua accessibili renderebbe fondata l’idea della costruzione della prima base lunare. Si tratta di una posta in gioco sempre più alta in cui si fa largo l’idea di una possibile competizione tra le superpotenze per accaparrarsi le risorse del suolo lunare.
Lo slancio della Cina va senza dubbio in questa direzione. La missione Chang’E 4 ha infatti conseguito un ulteriore primato realizzando il primo esperimento biologico sulla Luna con cui è riuscito a germogliare il seme di una pianta.
La scienza si misura da decenni con la nuova frontiera dell’agricoltura spaziale: sia l’ESA che la NASA hanno sperimentato coltivazioni in condizioni estreme, dimostrando che non è necessaria la forza di gravità per coltivare piante, e nel 2015 è stata perfino coltivata della lattuga a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Ma la Cina si è spinta dove mai nessuno era arrivato prima.

Test di sopravvivenza

Il progetto di minibiosfera lunare, messo a punto da varie università cinesi, è stato concepito tenendo conto di una serie di criticità, fra cui il divieto di contaminare il suolo lunare con batteri provenienti dalla Terra. A bordo del lander è stata così installata una camera di crescita in lega di alluminio in cui riprodurre un sistema biorigenerativo per verificare gli effetti delle radiazioni e della gravità lunare su un ecosistema terrestre completo e osservare il processo di fotosintesi in assenza di atmosfera.

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Il rover Yutu-2 in azione (China National Space Administration/Xinhua News Agency via AP)

In questa miniserra è stata quindi ricreata una biosfera semplice con ossigeno, acqua e terriccio sterilizzato; sono stati poi utilizzati lievito per regolare il livello di ossigeno e anidride carbonica, e uova di moscerini della frutta come consumatori nel processo di fotosintesi. Infine sono stati piantati semi di varietà molto resistenti agli stress, come l’arabidopsis (pianta appartenente alla famiglia dei broccoli, con un periodo di crescita breve e quindi facile da osservare), la patata (possibile candidata come alimento base per i viaggi nello spazio) e il cotone (una coltivazione da fibra molto resistente).
Quest’ultimo è stato l’unico seme ad aver reagito positivamente e per un breve tempo il germoglio è perfino riuscito a produrre ossigeno per i moscerini. Tuttavia, come l’agenzia cinese Xinuhanet ha reso noto, non è riuscito a sopravvivere al freddo di una notte lunare lunga ben due settimane. Del resto questo era stato previsto e, nonostante la piantina non sia sopravvissuta, l’esperimento può dirsi riuscito.

Un germoglio sulla Luna

La Cina sa, fin dai tempi di Mao Tse-Tung, che una lunga marcia nasce con un piccolo passo e oggi questo germoglio di cotone le vale un primato storico nel campo delle coltivazioni extraterrestri. Le implicazioni sono tutt’altro che marginali se si considera che, nell’ipotesi di in una permanenza umana a lungo termine nello spazio, le piante svolgerebbero un ruolo chiave per produrre ossigeno, purificare l’aria e consentire la sopravvivenza di un’eventuale comunità spaziale indipendentemente dai rifornimenti terrestri.
Tutto farebbe pensare, quindi, che sulla Luna la Cina voglia restarci per un po’. Del resto il suo Programma di esplorazione lunare non lascia dubbi in proposito (a partire dal logo che raffigura una luna piena con due impronte umane nel mezzo) e, stando alle prossime tappe annunciate, questo potrebbe avvenire prima di quanto si possa pensare. Intanto, entro la fine dell’anno è previsto il lancio di Chang’e 5 che ‒ per la prima volta dopo ben 40 anni ‒ tornerà a prelevare campioni di terreno lunare che verranno in seguito analizzati sulla Terra.
Attraverso il suo programma di esplorazione lunare la Cina sta poi ricoprendo un ruolo di primo piano anche nella promozione della cooperazione internazionale: al duplice successo della stessa Chang’e 4 hanno contribuito i payload scientifici di Arabia Saudita, Germania, Paesi Bassi e Svezia e nei prossimi scenari di collaborazione ci sarà posto anche per l’Italia.
Viene da chiedersi se, di questo passo, la comunità scientifica internazionale non riesca a trovare soluzioni alternative per far fronte alla sussistenza di una popolazione mondiale sempre più priva di risorse; se è vero che la colonizzazione della Luna rimane ancora un’ipotesi piuttosto fantascientifica, è pur vero che la scienza ha l’occhio lungo.

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Alessandra Pierro