Technology

Il mio nome è mai più…!

 By Gabriella Galloro

Un mare in fiamme, il più grande disastro petrolifero della storia americana. E’ il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico, quando un’enorme esplosione provocò l’incendio e poi l’affondamento della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera della BP impegnata a realizzare un pozzo a 1.500 metri di profondità. Persero la vita 11 persone e furono sversati in mare milioni di litri di petrolio. Ci vollero oltre 100 giorni per trovare una soluzione…Troppo tempo. Per questo motivo, Eni insieme a Tecnomare già all’indomani dell’incidente si mise all’opera per trovare una tecnologia che permettesse di incrementare la sicurezza in acque profonde. Prende vita il progetto Rapid CUBE, premiato agli ultimi Eni Award 2016…

Nel 2010 l’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico ha posto nuovi interrogativi all’industria petrolifera: come intervenire in modo rapido ed efficace in caso di blowout sottomarini. Per Eni ed il resto dell’industria la risposta immediata fu quella di dotarsi di una Capping Stack, una specie di gigantesca valvola che può essere installata sopra il pozzo in eruzione per fermare la fuoriuscita di idrocarburi. Una soluzione efficace, che però non soddisfaceva del tutto i tecnici di Eni. Loro volevano essere in grado di rispondere in modo efficace a ogni emergenza. Bisognava trovare un’ultima linea di difesa, nella remota eventualità che i sistemi di utilizzati non fossero sufficienti. Da un’idea Eni, sviluppata grazie a Tecnomare, nasce il progetto CUBE.


Varie le discipline in campo: dall’elettronica alla meccanica, dalla fluidodinamica alla progettazione navale. In questi anni un team integrato di tecnici Eni e Tecnomare composto da Carlo Cesari, Roman Estanislao Chomicz, Roberto Cimino, Roberto Ferrario, Andrea Lainati, Alessandro Luongo, Daniele Vanzan (e ancora negli anni precedenti Dennis Indrigo, Massimo Carazzato e Flavio Furlan) intuizione dopo intuizione, analisi e prove di laboratorio hanno trovato la strada giusta. Dal progetto originario CUBE, nasce Rapid CUBE, gioiello dell’innovazione tecnologica che quest’anno è stato insignito del premio EniAward2016, riconoscimento che dal 2007 premia le idee innovative per un migliore utilizzo delle fonti energetiche e promuovere la ricerca scientifica e i temi della sostenibilità.

Rapid CUBE è un sistema aperto, che non richiede nessun contatto con il pozzo in eruzione. Il suo scopo ultimo è quello di catturare gli idrocarburi sversati in mare, limitando così l’impatto ambientale del blowout nel tempo necessario a riprendere il controllo del pozzo con altri metodi. L’elemento principale del Rapid CUBE è il separatore sottomarino che, posizionato sulla verticale della perdita da un impianto di perforazione, cattura gli idrocarburi e ne separa rapidamente la fase liquida da quella gassosa. Un sistema innovativo, che fornisce all’industria nuove opportunità per reagire a blowout subacquei in acque profonde.

Rapid CUBE è un sistema aperto, che non richiede nessun contatto con il pozzo in eruzione

Dopo i primi anni trascorsi tra studi e test di laboratorio serviti per valutare l’idea, nel 2014 gli ingegneri sono riusciti a costruire il primo prototipo, a testarlo in banchina a fine 2014 e nel 2015 a fare il primo test funzionale in mare. Un momento quest’ultimo che ha riempito di orgoglio i nostri ricercatori perché su decine di progetti che partono, solo in pochi vedono la luce… e in pochissimi portano a conoscere realtà operative così sfidanti o a test offshore. E oltre all’orgoglio c’è anche la fierezza di aver partecipato a un progetto che contribuisce in modo significativo alla tutela dell’ambiente, perché mai più si debba affrontare una soluzione di emergenza come quella di Macondo e su cui ancora Eni e Tecnomare hanno intenzione di lavorare, perché già in cantiere ci sono una serie di migliorie che renderanno il Rapid CUBE ancora più efficiente per il futuro.

Nuovi studi e nuove ricerche che dovranno essere contraddistinti sempre dalla rapidità, per soddisfare il vero capoprogetto… la piccola Giorgia che con l’innocenza dei suoi 5 anni al papà che cercava di spiegarle il suo lavoro, con il suo candido “ma papà, ancora a lavorare su questo rapido-non-so-cosa” ricordava ai ricercatori che fuori dal laboratorio il mondo corre veloce…

informazioni sull'autore
Gabriella Galloro
Vivo in un mondo di colore, tra fantasy e fantascienza, con un occhio alla realtà. E lavoro nella Media Production Eni.