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Ritorno all’antico

 By Benjamin Plackett

Un proverbio inglese dice: “Non si può fare una frittata senza rompere le uova”. Ed è proprio così per quanto riguarda le perforazioni petrolifere: vengono rimossi alberi, si costruiscono torri sui pozzi e il suolo viene inevitabilmente alterato. Per fortuna ci sono modi innovativi per rimettere ordine quando i pozzi, finito il ciclo di estrazione, si esauriscono e vanno in pensione…

Un nuovo studio del U.S. Geological Survey, pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment, propone ad esempio di usare una tecnologia innovativa e immagini satellitari per aiutare gli esperti del ripristino a riportare le aree dei siti petroliferi e del gas al loro stato originario, in maniera più veloce ed efficiente. “Tra il 2000 e il 2012 nell’America del nord e centrale più di 17.000 km2 che sono stati sgomberati per effettuare ricerche di petrolio e gas. E questo è avvenuto in soli 12 anni”, spiega l’autore della ricerca e geologo Trevis Nauman. Nauman ha osservato un sottogruppo di questi siti (i cosidetti pad sites) spaziando dallo Utah settentrionale all’Arizona fino al New Mexico: “È stata quasi un’attività investigativa cercare di immaginare che cosa fosse successo a queste aree dismesse”.

Impatto paesaggistico dell'estrazione di petrolio e gas (Chris Boyer, kestrelaerial.com)

Insieme ad un team di ricercatori, Nauman ha utilizzato la tecnologia chiamata DART, ovvero Disturbance Automated Reference Toolset: “si tratta di un algoritmo per la mappatura che considera diverse informazioni riguardo il terreno, la geologia e la topografia per utilizzarle come contesto di analisi dei siti (pad) di petrolio e gas” continua Nauman. Basandosi su queste informazioni, DART crea un profilo per ogni sito oil pad inattivo, poi cerca altri siti vicini che abbiano caratteristiche simili ai vecchi. Questi siti, in teoria, rappresentano quello che sarebbero diventati se non fossero stati disturbati dalle costruzioni.

Nauman e il suo team hanno poi utilizzato la tecnologia satellitare per esaminare la copertura di vegetazione e il tipo di piante presenti nei siti vicini e negli pad stessi. Facendo un confronto tra i profili, gli studiosi sono stati in grado di immaginare e quantificare quanto i pad stiano progredendo verso il recupero ambientale. “La grandezza dell’area che viene disturbata è importante e ci offre l’opportunità di comprendere meglio il recupero ambientale” dice ancora Nauman.

Ripristino ecologico (ecosystemmarketplace.com)

Un dato inaspettato rilevato durante le ricerche è stata la connessione tra chi possiede la terra e il progresso verso il recupero ambientale. “I territori di proprietà del governo federale o di privati stanno andando al meglio, mentre le terre di proprietà dei governi statali hanno in media le riprese peggiori”, spiega Nauman “Non possiamo spiegare perché esista questa diversità, ma statisticamente è così”. “C’è chi chiede che le terre federali vengano passate a livello statale, ma i nostri dati provano che i singoli stati non stanno facendo un gran bel lavoro, così forse è meglio che i territori federali restino in mano al governo federale” continua Nauman. La speranza è che nel futuro un approccio simile metterà in evidenza i siti dove Madre Natura ha bisogno di una mano per riportare le cose alla normalità. “Questo approccio può rendere il processo di il recupero ambientale più efficiente e ci dà uno strumento per aiutare a guidare il ripristino” dice ancora Nauman. Il recupero ambientale di aree (pad) di petrolio e gas è uno sforzo importante sotto molti aspetti. Per prima cosa, nell’ovest degli Stati Uniti le emissioni di polveri sono in aumento. Questo fenomeno non è legato unicamente alle perforazioni per petrolio e gas, ma un adeguato recupero ambientale aiuterebbe a combattere questo trend, che comporta preoccupazioni per la visibilità e la salute pubblica. “Qui ci sono anche gli habitat di specie rare e sensibili” spiega Nauman “e l’erosione provocata dall’acqua è un altro problema perché aumenta la percentuale di sale presente nei fiumi e corsi d’acqua della zona”.

Ripiantare i semi e le piante giusti nel giusto periodo dell’anno può essere di grande aiuto, così come aggiungere dei nutrienti al terreno. Ma le risorse sono limitate e ogni ricerca che possa aiutare ad indirizzare correttamente gli sforzi riuscirà a ottimizzare l’azione di ripristino e allo stesso tempo a migliorare le credenziali ecologiche delle compagnie petrolifere. “Questi risultati possono aiutare i gestori del territorio a decidere quali aree potrebbero essere utilizzate al meglio per lo sviluppo energetico, allo stesso tempo riducendo al minimo l’impatto a lungo termine sull’ambiente” spiega infine Nauman.

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